trento Archive

Toni Ippolito, cantante e musicista di san Bortol

All’età di 15 anni forma il suo primo gruppo insieme ai «Boci» di San Bartolomeo. Con lui suonano Michele Ferruzza alla batteria, Attiglio Margoni e Carmelo Fimognari alle chitarre e Italo Dallago al basso.
Iniziano qui le speranze di emergere di cinque ragazzi di un rione che a quel tempo dava poche possibilità a chiunque di ritagliarsi una piccola fetta di successo.

san Bortol rock

Leggi tutto l’articolo de l’Adigetto dedicato a Tony Ippolito che è stato anche l’animatore anche dell’ultimo concerto dedicato al quartiere San Bartolomeo in collaborazione con Opera Universitaria, Circorscrizione Oltrefersina e Portobeseno.

Quei_de_San_Bortol

Studentato HollywoodLAMEO

fotografia di Rafael Oliveira

fonte: facebook

prossimo appuntamento

Possiamo anticipare la data del concerto LIVE @ SAN BORTOL previsto per il 7 giugno 2011 e rinviato per pioggia !!!

Ci troveremo sempre sotto le “palafitte” il giorno mercoledì 19 ottobre in quartiere San Bartolomeo. In caso di maltempo non verrà posticipato ma lo faremo quasi sicuramente nella sala della circoscrizione (diversamente in auditorium dello studentato).

Ringrazio tutti per la collaborazione e ci sentiamo nei primi giorni di ottobre per i dettagli.

live @ palafitte 2011

nuovo appuntamento musicale sotto le palafitte di San Bartolomeo !!


programma:

- coro “Wild Voices” – canti dal mondo

- “Quei de san bortol” in concerto (ex La fine del mondo, ex The Tubbs)

- Alchimia in concerto


Martedì 7 giugno – ore 20.30

via dei Tigli – San Bartolomeo
Trento

A cura di Circoscrizione Oltrefersina e in collaborazione con Portobeseno e Opera Universitaria

live @ palafitte > 7 giugno 2011

http://livememories.jurka.net/

circoscrizione_oltrefersina@comune.trento.it
mob 340 555 45 16

In distruzione @ Trento Film Festival

Trento Film Festival (28 aprile – 8 maggio)
Sezione Orizzonti Vicini

Cinema Modena – Sala 2
martedì 3 maggio · 21.30

Immagine anteprima YouTube

In distruzione
di Luigi Pepe e Eugenio Maria Russo, 39′
A Trento c’è un quartiere che ha due facce e due grafie: San Bartolameo/San Bartolomeo. Se si parla di San Bartolameo si intende il nuovissimo studentato dell’Opera Universitaria di Trento. San Bartolomeo indica invece la parte più vecchia del quartiere, costituita da case popolari costruite nel secondo dopoguerra e chiamate comunemente “palafitte” per la loro struttura a piloni. Oggi le palafitte sono disabitate, perché il Comune ha deciso di abbatterle, a favore di un nuovo progetto urbanistico. L’incertezza per il futuro del quartiere nelle voci degli ex abitanti delle palafitte, l’incertezza per il proprio futuro nelle voci degli studenti, arrivati a Trento per iniziare a costruirsene uno, lontano dalla famiglia e dagli amici di sempre.

l’evento su Facebook

Beata innocenza

di Nadia Ioriatti

Erano anni mistici per me bambina delle elementari. Avevo fame di sapere, molta fantasia e pochi stimoli intorno. La mamma non mi aveva mandata all’asilo, primo perché era lontano, secondo perché si pagava qualcosa e allora lei metteva quei soldini nella mia musina. La mia eroica mamma! Con quella perfida figlia che non avrebbe risparmiato sull’asilo! Aspettavo con trepidazione di cominciare la scuola, che infatti mi incantò: tutti i dieci in pagella per cinque anni erano il risultato del mio attaccamento viscerale.
Insieme alla scuola si cominciava il catechismo, altra occasione per socializzare e poi, dove poteva mai andare una bambina in quegli anni se non in parrocchia? Era anche simpatico e soprattutto gratuito, altrimenti, ahimè, avrei rischiato di rimanere a casa. Certo, si doveva andare a messa, dire le preghiere, fare i bravi, ma si ricevevano bei regali per la comunione. Il libro di religione poi raccontava storie affascinanti con disegni molto belli. La mia preferita era quella del profeta Mosè abbandonato in un cesto di vimini sulle acque del Nilo. E i dieci comandamenti incisi sulle tavole di pietra e le acque che si dividevano erano imprese degne di Superman.

Archivio Roberta Calaresu - Flickr.com

Ogni domenica mattina lo stomaco vuoto dalla sera prima provocava la stessa sensazione. Chiudevo un occhio alla volta e vedevo la luce delle candele ondeggiare insieme alla coda di cavallo della bambina davanti a me. La messa era in latino e noi bambine si pensava ad altro, contente di ritrovarci, parlare sottovoce, sfoggiare la sciarpa nuova, girar la testa tutte insieme a guardar chi entrava. Nella bancata opposta i maschi si spintonavano rumorosi e ogni tanto uno veniva spedito fuori dalla chiesa.
Viene a galla un frammento di quell’infanzia riposta in un angolo, insieme all’innocenza che ancora non sapevo essere così disarmante. Da arrossire, oggi, pensandoci. La confessione era un momento nel quale bisognava aver qualcosa di cui pentirsi. Dopo un paio di anni che ripetevo a memoria la filastrocca: “Ho risposto male alla mamma, detto bugie, litigato con mio fratello…” suonava così bene quel “ho commesso atti impuri”, che ho provato con timore a dirlo al sacerdote dietro la grata forata. Pausa di sospensione e poi la voce fattasi più grave chiedeva: “Da sola o in compagnia?” “In compagnia” rispondevo. “Quante volte”? Boh… dicevo un numero a caso.  La penitenza poi era quella di sempre. Non avevo la minima idea di cosa fossero gli atti impuri, ma mi sembravano originali ed anche il sacerdote sembrava più interessato. Mannaggia… ci fosse stata qualche persona autorevole a spiegarci cos’erano gli atti impuri! Avrei evitato figuracce. Anche perché il sacerdote dietro la grata era o il parroco o il cappellano, quindi mi conoscevano e chissà cosa pensavano di me. Una bambina impura? Basta un niente e addio reputazione.
Erano anni di forti mal di gola con febbri altissime che mi lasciavano priva di energia. Le supposte di farmidone erano come un botto che esplodeva nel mio corpo, velocemente passavo dal bollente sudore a potenti brividi di freddo. Nella noia di quelle giornate passate a letto bevendo tè e camomilla, l’unica compagnia era un libro sui bambini diventati santi. “Che fortunati! – pensavo – Chissà che bello diventar bambini santi. C’è un paradiso tutto per loro. Dove ti metti in fila e danno gratis gelati, sciarpe e giocattoli. Però si diventa santi solo se non si commettono atti impuri! Oh mamma… ecco perché non ero ancora santa! Sicuramente si sapeva delle mie confessioni!  Che il parroco avesse spifferato qualcosa Lassù?”
L’operazione alle tonsille disperse un po’ alla volta l’odore di santità e gli ormoni dell’adolescenza sparsero il profumo della terra.

Racconto pubblicato sulla rivista QuestoTrentino, QT n. 17, dicembre 2008

è quasi primavera…

fonte: http://www.thais.it/botanica/aromatiche/schedeit/sc_0038.htmè quasi primavera …credo proprio che el periodo sia “questo”!

Ma per esser sicur, dovria alzar tutt el Studentato de san BartolAmeo (con la A…come i dis lori!) … Qualcuno si chiederà: Cosa sta dicendo?

Sulle terre del conte “Sizo”, ecclesiasta di Trento, in questo periodo tra i filari delle vigne, crescevano i “denti de cagn” (denti di cane). I filari della vigna oramai erano stati potati, legati, il terreno era libero da tutto il “potato” che sarebbe stato usato come “legacci per fascine”, nei suoi rami più fini ed adatti!

I “denti di cane” sono una pianta che fiorisce con un fiore unico, o al massimo due, indovinatene voi il colore :) Verso primavera le giovanissime piantine sono ottime mangiate sia in insalata che usate in alcune ricette di “cucina povera” trentina. Il sapore è amarognolo ma gradevole se condito bene con l’olio del garda. Dopotutto anche la rucola cresceva, ma in quei tempi era in una sorta di “dimenticatoio”. Chissà come mai la rucola è stata accantonata ed poi è esplosa nelle cucine mondiali. Forse il mercato globale nazionale ed internazionale ha rivalutato certe prelibatezze del popolo? Al giorno d’oggi il prezzo della rucola è caro, ma te la trovi lavata e confezionata, i denti di cane invece credo siano sempre costosi quanto rari!
Sulla collina di san Bartolomeo forse ce ne saranno ancora, come in tutti i prati di qualunque posto, i denti di cane son fiori per i poveri, ma bellissimi! E seminano paracaduti, divertimento dei bambini! Siam noi che li abbiam dimenticati, aggiungendo anche il fatto che i terreni puliti sono molto rari.
Un particolare romantico…   Noi di san Bartolameo, si accedeva con disinvoltura in quella terra “profumata” anche se non nostra… Ed invece di acquistare al bancone di supermercato o negozio, si affrontava un’avventura…    e oggi? … si dovrà possedere un “pass universitario”???  ih,ih,ih.

(Anonimaspiazarolade)

Immagine anteprima YouTube

con “San Bortol” sullo sfondo

Continuiamo a pubblicare i racconti dedicati al quartiere di San Bartolomeo donati da Nadia Ioriatti. I racconti sono piccoli spaccati di società trentina e si riferiscono al periodo degli anni Sessanta e Settanta. Sono stati pubblicati dalla rivista QuestoTrentino, ospitati nella rubrica “Piesse: Io Tinta di Aria” a cura di Nadia.

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Adolescente

Quando ho tolto gli orecchini d’oro a forma di fiorellino – mi avevano seviziato a nove mesi! – la mamma ha pianto tutto il pomeriggio. Quando poi ho sciolto i capelli, legati col fiocco sulla nuca come la Cinquetti, e fatto la riga in mezzo… giù altri pianti. Poco dopo è cominciato il divieto di uscire. “Perché non posso?” “Perché di no.” “Ma i miei fratelli possono!” “Loro sono maschi, tu devi stare in casa.” Dice che non si fida, che è pieno di pericoli e chiama “zinghene” quelle che si truccano, mettono la minigonna e vanno in giro con i ragazzi. Ma che male fanno? A me piacerebbe avere più libertà. Dovrebbe fidarsi di me, sono una ragazza seria.

foto di Nereo Pederzolli / QuestoTrentino

foto di Nereo Pederzolli / fonte: QuestoTrentino

La mamma ha il pollice verde e il soggiorno, col freddo, è pieno di piante fiorite o grasse. A scuola ho studiato la fotosintesi clorofilliana e so che le piante di notte consumano ossigeno ed emanano anidride carbonica. Sarà suggestione, ma mi sembra davvero di venir avvelenata nel sonno. Ma non mi ascoltano e viene tutto liquidato con il mio brutto carattere. Nessuna pianta è mai stata spostata, ogni anno crescono di dimensione e si moltiplicano per talea. Nulla contro di loro anzi, mi piacciono e ne metterò tante nella mia casa un giorno. In casa dicono che ho le manie.

Sul balcone del soggiorno molte di quelle piante trascorrono l’estate ed io respiro meglio. Ma viene messa anche la gabbia dei canarini. Come fa giorno, a poco più di un metro da me che dormo, iniziano a cantare svegliandomi puntualmente. Non hanno colpa anzi, è il loro lavoro. E poi siamo simili: indifesi e in gabbia. Basterebbe spostarli di balcone, ma forse chiedo troppo. Tanto tuonò che alla fine piovve. Stanca di non essere ascoltata e mai capita, ormai sveglia mi alzo prendo la gabbia e la porto nella stanza dei fratelli. Spesso grido facendolo e sbatto le porte. Poi per fortuna riprendo facilmente sonno, ma quando mi alzo sono intrattabile.

La mia libertà è chiudere la porta del soggiorno e divorare un libro dopo l’altro. Tutti quelli che mi prestano. In casa però dicono che a forza di leggere divento sempre più stupida. Ma loro cosa ne sanno? Mica mi entrano dentro! La mia libertà è cantare ad alta voce tutte le canzoni che voglio. Se non mi fanno tacere, vorrà dire che canto bene. Quindi magari nella vita qualcosa di buono la saprò fare anch’io.

O farò la fine di quel canarino che quando gli aprono la gabbia non vola via? Le sue ali sono atrofizzate. E – colmo dei colmi – è diventato vecchio, è senza voce e scrivere è il suo in/canto.

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Nadia Ioriatti

QuestoTrentino n. 5 – maggio 2009

le interviste di Veronica @ San Bartolameo

le interviste di Veronica @ San Bartolameo

Ecco l’articolo riguardante la raccolta delle interviste agli studenti stranieri di San Bartolameo, pubblicato su L’Adige di lunedì 28 febbraio 2011 a firma di Michele Viganò.

Grazie ancora a Veronica Degasperi per l’interessante e appassionata ricerca.

Clicca sull’immagine per ingrandire.

Trincee

di Nadia Ioriatti

san bartolomeo quartiere

archivio "quei de san bortol"

L’odore di sommossa era nell’aria, penetrava acre nelle narici. L’altra metà di cielo premeva impaziente. Maschi e femmine eravamo sempre rigorosamente divisi: in classe, in chiesa, all’oratorio, in colonia e persino sulla corriera in gita. Ma a noi, adolescenti nel ‘68, gli anni tra il 1965 e il 1970 portarono molta tempesta. Senza averla seminata. Troppo maledettamente piccoli per partecipare, ed anche per beneficiare dell’inebriante ventata di libertà. Scuola e famiglia, per reazione, s’irrigidirono. Ma almeno loro, i sessantottini duri e puri, conquistarono un posto nella storia, mentre noi cosa eravamo? È seccante essere i fratelli minori, i maggiori non fanno che impartirti lezioni. Minori, ma non minorati!
Sempre divisi; fu quasi scandaloso alle medie trovarsi in una classe dove metà alunne studiava tedesco e l’altra metà inglese. Così, due ore in settimana, ci ritrovavamo nella stessa aula, ovviamente in bancate divise, con la classe maschile corrispondente. Due ore sufficienti per creare grande scompiglio ormonale, tra spinte, spintoni e occhiate. Un intero arcobaleno di occhiate. Da pesce lesso, furtive, incantate, maliziose. Noi femmine li studiavamo a distanza, i maschi, senza farci scoprire e mostrando indifferenza se invece se ne accorgevano. Loro si facevano beccare subito. Era il professore a richiamarli a gran voce, spedendoli fuori dalla porta. Tra noi, né cameratismo né complicità. Come potevamo socializzare, se neanche da bambini eravamo abituati a coesistere? Cominciare nella pubertà era impresa ardua.
Il professore applicava la strategia del terrore. I maschi – unico caso, a mia memoria, di loro svantaggio! – erano trafitti da voti irrimediabili. Uno o due, sia nei temi che nelle interrogazioni, dove per lo più facevano scena muta. Quando poi si rendeva conto che non solo non erano intimiditi dai suoi metodi, ma addirittura assumevano un’espressione strafottente, infieriva con offese ed epiteti indicibili. A casa erano increduli, quando raccontavamo quello che succedeva durante quelle ore. Donato, ragazzo di paese, alto e pieno di brufoli, ripetente più volte e alla sua ultima possibilità, perché poi lo avrebbero sbattuto fuori, si prendeva del “bovaro e nettacessi”. Uniche attività per le quali, quell’orribile professore diceva fosse portato.
E io? Per cosa ero portata io? Ero complessata e insicura. Mi sentivo goffa e mal vestita. Mi guardavo e mi sembrava di non riconoscermi: il mio corpo, passato dall’infanzia all’adolescenza in pochi mesi ed era motivo di grande preoccupazione. Né le amiche mi davano sicurezze, anzi. Loredana, la mia occhialuta compagna di banco, mi dimostrò di vederci fin troppo bene. Confessandomi, spontaneamente, che erano i capelli lunghi a farmi sembrar carina; se li avessi tagliati, nessun ragazzo si sarebbe più accorto di me. Sansone in minigonna? Tra i ragazzi delle medie mi piaceva Francesco, uno spirito artistico in erba, capace di emergere nella massa. Sicuramente di statura… ma in realtà era ancora bambino, più interessato a giocare a calcio che a quelle femminucce smorfiose. Cominciavano a girare le prime minigonne ed eravamo in molte ad arrotolare la gonna in vita in modo che si accorciasse. Avevo osato anch’io, quel giorno, e durante l’ora di tedesco i maschi l’avevano notata. Francesco, dalla fila opposta, mi stroncò subito, scandendo a mezza voce: “Hai le ginocchia da calciatore”. Forse per lui era anche un valore, ma confesso che non lo presi come un complimento. Piuttosto come l’inesorabile commento dei “vestiti nuovi dell’imperatore”. Eh… son cose che segnano l’adolescenza e dalle quali non ci si rialza più. Ci vogliono anni di analisi per riprendersi! Quelli come Francesco, senza saperlo, hanno dato lavoro a plotoni di psicoterapeuti.
Le perentorie raccomandazioni materne erano di fare la seria – mai ridere! – tener gli occhi bassi e non fermarsi per nessun motivo. Sì, perché abitavo vicino a una caserma e dovevo comunque passarci davanti per tornare a casa. Poveri ragazzi. Non se la passavano meglio di noi, anche loro vittime di pregiudizi. Se ti fermavi a parlare con un militare, eri una poco di buono. I militari “volevano solo quello”; e per giunta erano anche terroni! Ma a fischiare con due dita, quando passavo, erano tutti bravissimi. Liberatori fischi da stadio per sentirsi vivi durante la libera uscita in divisa, con l’umiliazione dei capelli rasati in anni in cui andavano di moda i capelloni. Per scordare che uscivano dalle trincee, tenacemente scavate dalle loro mamme, per finire dietro un filo spinato…

fonte: Questotrentino, nr 2, febbraio 2011

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