QT QuestoTrentino – n.10 ottobre 2011
le interviste di Veronica @ San Bartolameo
Ecco l’articolo riguardante la raccolta delle interviste agli studenti stranieri di San Bartolameo, pubblicato su L’Adige di lunedì 28 febbraio 2011 a firma di Michele Viganò.
Grazie ancora a Veronica Degasperi per l’interessante e appassionata ricerca.
Clicca sull’immagine per ingrandire.
rassegna stampa – l'Adige 17 settembre 2010
Noi del confine
La strada dove abitavo da bambina, parallela al Rio Sale, era equidistante da due rioni della città: Bolghera e San Bartolomeo, e li divideva. Quartiere molto borghese il primo, operaio il secondo, dove l’unica licenza romantica era racchiusa nei nomi di alberi delle tre vie: Tigli, Olmi e Robinie. Era conosciuto anche per le palafitte e le americane – case popolari costruite con il piano Marshall – e definito Bronx, con il passar degli anni, per la concentrazione di problemi sociali mai del tutto risolti. Nella mia strada abitavano famiglie di professionisti e benestanti mescolate a famiglie d’impiegati e infermieri; per le prime la convivenza era spesso temporanea, giusto il tempo di terminare la costruzione della villa in Bolghera o nella prima collina.
Cominciai a uscire dal mio cortile per andare a scuola, alle elementari Fogazzaro, che raggruppava i bambini dei due rioni. Stare in classe era la cosa più bella del mio mondo, appartenevo a un gruppo di bambine tutte uguali, le differenze sociali nascoste da grembiule nero e fiocco colorato. Il primo giorno la mamma non mi accompagnò, il mio fratellino era nato da pochi mesi e comunque facevo la strada con il maggiore che andava in quarta. Finita la scuola, si giocava sempre nei pressi di casa, a tiro di voce dai propri genitori, la gran distanza tra la mia strada e i due rioni con lo smisurato metro dell’infanzia.
Iniziai ad avere sentore d’ingiustizia quando Luisa, la mia amichetta preferita, compagna di classe e di catechesi, che abitava nella mia stessa via, m’invitò alla sua festa di compleanno. Ero molto emozionata al pensiero della mia prima festa. Avevamo parlato per settimane dei giochi da fare e delle altre compagne invitate. Poi quella mattina a scuola, dispiaciuta, mi dice che non posso andare. “Ma perché?” chiedo. “La mia mamma non vuole… perché non puoi portarmi il regalo”. Ci rimasi malissimo, ero spesso a casa sua a fare i compiti e stavamo proprio bene insieme, Luisa era buona e simpatica. Però la sua mamma, austriaca, da un’altra stanza ogni tanto alzava la voce e le parlava a lungo in tedesco, con tono duro. Poco dopo Luisa mi diceva che era meglio andassi: il papà, dentista, stava tornando. Ma sulla porta la sua mamma mi salutava sorridente e qualche giorno dopo era lei a telefonarmi di andar da loro per fare i compiti con Luisa.
Avrei voluto raccontarlo ai miei genitori. Sentirmi rispondere: “Non sei tu a sbagliare, siamo noi a vergognarci della loro povertà di cuore”. Ma non dissi niente, perché allora nessun genitore era attento a queste cose, quello che ci succedeva era sempre colpa nostra e avrei rischiato un sonoro castigo. Senza l’aiuto di un adulto impiegai molto tempo a elaborare perché andassi bene per insegnare i compiti, ma non per partecipare alle feste. Innocente vittima dell’ipocrisia borghese da sorrisi di facciata e pugnalate alle spalle. Eppure bastava entrare nelle diverse case per cogliere il lusso e la povertà. O guardare l’unico cappotto sempre più corto e liso indossato da certe bambine. L’unico paio di scarpe sfondate che s’inzuppava di pioggia o neve e si asciugava nei piedi giorno dopo giorno.
Alle medie iniziai a sentirmi davvero a disagio: considerata troppi scalini giù da quelli della Bolghera, per giocare nei loro giardini recintati, partecipare alle loro feste, andare in vacanza nelle loro case in montagna. Troppi scalini su per quelli di San Bartolomeo, con i quali mi ero persa la vita in strada, l’amicizia e la complicità dell’esser ugualmente disagiati. Da adolescente il quartiere di San Bartolomeo divenne così malfamato da essere imbarazzante dire di risiedere in quella zona. E doveva sempre seguire la chiosa: via Chini è strada di confine, il Bronx comincia da lì in poi. Con gli anni Settanta fu soprattutto la droga a trovare terreno fertile fra molti che erano alle elementari con me e che, purtroppo, furono tra le prime vittime in città. Sicuramente entrò anche nelle belle case col recinto dei ricchi. Ma fece meno, molto meno rumore.
_
articolo pubblicato su QuestoTrentino, n. 2/2010
http://www.questotrentino.it/qt/?aid=11669
Universification – tv LA7
.
Servizio video, decima puntanta di Universification a cura di LA7, andato in onda domenica 22 ottobre 2009
il mondo web delle università, radio e tv
![]()
.
SANBARADIO – Università degli studi di Trento
.
.

Giù le «Palafitte» – In viale dei Tigli avanzano le ruspe
fonte Trentino — 03 novembre 2006 pagina 01 sezione: PRIMA – link
immagini: archivio “quei de san Bortol”
TRENTO. Da ieri in viale dei Tigli, nel cuore del vecchio e popolare quartiere di San Bartolomeo, è cominciata la demolizione delle prime delle tredici palazzine di edilizia popolare – «le Palafitte» – che a Trento sud dovranno fare posto al nuovo quartiere progettato dall’architetto catalano Joan Busquets. Il quartiere si è svuotato: quasi tutti sono finiti nelle case Itea di Corso degli alpini e altri nella rotatoria di Madonna Bianca. L’ultima famiglia, marocchina, se n’è andata a giugno. Negli anni del boom ci abitavano 104 famiglie.
.
il quartiere che cambia
fonte: Il Trentino – link
03 novembre 2006 pagina 20 sezione: CRONACA
Viale dei Tigli, abbattuta la prima palafitta
TRENTO. Dal poggiolo di Ilda Tamanini Curzel la pinza che martella sulla palafitta del civico 15, «avanzando come un bruco», si vede distintamente: ed è un malinconico spettacolo quello che da ieri va in scena in viale dei Tigli, nel cuore del vecchio e popolare quartiere di San Bartolomeo. E’ cominciata la demolizione delle prime delle tredici palazzine di edilizia popolare – «le palafitte» -, che a Trento sud dovranno fare posto al nuovo quartiere progettato dall’architetto catalano Joan Busquets. La signora Tamanini e la vicina Annarosa Albanini vi entrarono ai tempi della loro inaugurazione, nel remoto 1955: un piano di edilizia popolare tirato su con la legge Fanfani. Qualche anno fa, quando il Comune decise di liberare le case (due appartamenti per i quattro piani), murando ingressi e finestre, alle due donne venne assegnato un appartamento nella palazzina Itea che sorge accanto al bar dei Tigli. «Beh, un po’ di commozione c’è: è come se ti portassero via un pezzo di te», ammette Lara Robat, 39 anni, la titolare del locale. E’ nata qui, crescendo nelle vicine case dei postali, e tredici anni fa ha rilevato il bar che quarant’anni prima era stato aperto da papà Sergio. «Sono anni che sappiamo che questo giorno sarebbe arrivato prima o poi, ma poi quando succede ti senti comunque impreparata. Il quartiere in questi anni si è svuotato progressivamente: quasi tutti sono finiti nelle case Itea di Corso degli alpini e in quelle nei pressi della rotatoria di Madonna Bianca. Gli affari sono calati sensibilmente, m’è rimasta una clientela di esterni. E’ già tanto che non abbiamo chiuso». Gli ultimi inquilini, una famiglia di nazionalità marocchina, ha lasciato le palafitte all’inizio dell’estate. Ce n’erano 104 di famiglie negli anni del boom, una Trento povera, che si meritò la nomea di Bronx. L’altra sera, parlando in parrocchia, il sindaco Pacher ha detto che quella fama oggi è immeritata e la gente annuiva. San Bartolomeo ha forgiato una sua identità: l’anno prossimo la parrocchia compirà 50 anni, c’è un circolo Acli molto attivo, e le numerose associazioni sono state trasferite dalle palafitte ad una vecchia casa – «la casa gialla» – all’inizio di viale dei Tigli. Certo, è diventato un quartiere di anziani.
«Qui ci conosciamo tutti», dice la Robat. Non si fa fatica a crederlo. Però fa abbastanza impressione vedere i sei negozietti impiantati a pianterreno di queste palazzine dall’intonaco scrostato, murate ai piani superiori: un ’immagine scabra che stride con l’opulenza del resto della città. La pinza meccanica, posta alla fine di un escavatore con un braccio lungo 22 metri, picchia duro sulla casa. L’impresa Zampedri di Viarago (Pergine) ha dato il via alle operazioni alle 8 del mattino. Una giornata infelice per un lavoro del genere: spirava una tramontava fastidiosa e il vento disperdeva la polvere. Per demolire il caseggiato e portare i detriti nella discarica Sativa ci vorranno due settimane. Entro l’anno cadranno altre palafitte, poi occorrerà fare un nuovo appalto per tirare giù le altre nove. «Speriamo che tocchi ancora a noi» ammette l’impresario, Lorenzo Zampedri. Nelle scorse settimane gli operai hanno strappato le parti in legno, liberato gli appartamenti da vecchie lavatrici, reti dei letti, sanitari e trasportato tutto in discarica. Inoltre, per evitare incidenti, sono stati tagliati gli allacciamenti a gas, luce e acqua. «Una vera ed e propria sanificazione degli edifici», spiega l’architetto del Servizio di edilizia pubblica del Comune, Claudio Gardelli. Ed è stato necessario chiedere anche un’autorizzazione ai Beni culturali: una richiesta imposta dalla legge per tutti gli edifici che hanno più di cinquant’anni. Anche se si tratta di vetuste palafitte. «Spero che il sindaco mantenga le promesse e ci trovi un tetto qua vicino: ha garantito che nessuno finirà sulla strada», spiega la Robat. Tra un anno bisognerà pensarci. La palafitta del bar sarà l’ultima ad implodere. «Molti di quelli che se ne sono dovuti andare, vorrebbero tornare qui. In corso degli alpini e a Madonna Bianca, non ci sono negozi e loro che sono anziani si trovano male, rimpiangendo le comodità di viale dei Tigli. Soprattutto vorremmo che il nuovo quartiere non diventasse un dormitorio».
Busquets ha l’incarico di prevedere insediamenti di edilizia a prezzi calmierati. Un quartiere con molto verde, anche se il vicesindaco Alessandro Andreatta ha già spiegato che l’esatta sua configurazione sarà demandata al piano attuativo: «E’ lì tutti potranno portare un contributo». Alessandro Fonsatti, l’edicolante, il cui punto vendita è situato proprio all’inizio del viale, non è ottimista. «Il sindaco ha fatto delle promesse, ma gli assessori che avevamo incontrato quest’estate erano stati di diverso avviso, affermando che dovevamo andarcene via visto che la fine era nota da tempo. Ora sento che Pacher intende sistemarci nelle case Itea in fondo alla strada, ma sarebbe la nostra morte. I negozi devono rimanere qua, nel cuore del quartiere. Avevamo chiesto che fosse ristrutturata la «casa gialla» e deputata al commercio. Ma ci hanno risposto che non è possibile. Ora la localizzazione riveste una grande importanza per un esercizio commerciale: se sei nel posto sbagliato esci dal mercato». Fonsatti pretende chiarezza dall’amministrazione comunale: «Così uno comincia a programmare il proprio futuro». Entro la fine del mese giungeranno in viale dei Tigli dei funzionari del Comune per concordare con i commercianti le loro destinazioni future: questa l’impegno preso dal sindaco lunedì sera. Dice Fonsatti: «Non vogliamo regali, ma nemmeno finire in malora».
Consulta tutti gli articoli del quotidiano Trentino sulle “palafitte” del quartiere San Bartolomeo a Trento.
il quartiere di San Bartolomeo a Trento
estratto dalla relazione di Luigi Cavalieri al convegno nazionale “Anziani abitare come” – link alla fonte
San Bartolomeo
La storia del quartiere è esemplare delle vicende dell’edilizia residenziale pubblica cittadina.
Realizzato negli anni 1957-1958 per fornire concreta risposta alle necessità dei profughi italiani provenienti dalla Dalmazia e dai territori passati alla giurisdizione jugoslava, esso risente in qualche misura delle stringenti necessità del tempo, ovvero della volontà di realizzare il maggior numero di alloggi al minimo costo.
Su un’area di circa 20.000 mq l’allora IACP costruì 13 fabbricati, per 200 alloggi, a cui si aggiunsero altri 11 fabbricati, dette “case minime”, per altri 117 alloggi, realizzati dal Comune di Brescia.
Un quartiere che, a distanza di 40 anni, ha mostrato tutti i suoi limiti urbanistici: per questa ragione l’Aler aveva anche progettato alla metà degli anni Ottanta un radicale intervento nel quartiere, procedendo pure sugli alloggi di proprietà comunale.
Un intervento qualificante mai realizzato, che prevedeva la sistemazione del verde interno, la creazione di aree differenziate.
Il nuovo progetto per San Bartolomeo prevede, accanto al vecchio quartiere, nuovi edifici, con alloggi le cui metrature sono ideali per giovani coppie ed anziani. E, con nuovi alloggi e spazi verdi, anche la creazione di un Centro sociale, dotato di ambulatorio, bar ritrovo, sala lettura giornali.
Ovvero, la precisa destinazione di parte del parco alloggi alla popolazione anziana, che non viene, però, imbalsamata, ghettizzata in edifici destinati solo a questa porzione della società.
Viceversa, alloggi, a piano terra e, quindi, privi di difficoltà di accesso, che convivono con altre destinazioni: famiglie da decenni residenti qui, giovani coppie, ecc.
Ma, anche e soprattutto, la realizzazione di una struttura aggregante, che consenta, volendo, di non dover lasciare il quartiere per visite ambulatoriali, di usufruire di modalità di incontro sia all’aperto, sia nelle sale del Centro.
Una precisa volontà, questa, dell’Assessorato ai Servizi Sociali della città, che ha voluto fortemente questa realizzazione, che i tecnici dell’Aler hanno reso possibile, anche in termini di superamento delle onnipresenti difficoltà di carattere burocratico-amministrativo.
.
Livememories e Acli Trentine
estratto dal periodico ACLI Trentine – luglio 2009 – link (pdf)
Circolo Acli San Bartolomeo – Testimoni dell’azione sociale
Nell’ ambito del progetto LiveMemories, finanziato dalla Provincia Autonoma di Trento, coordinato dalla Fondazione Bruno Kessler in collaborazione con le Università di Trento e di Southampton, siamo stati interpellati, come realtà Acli attiva del nostro quartiere di San Bartolomeo, in qualità di testimoni della vita sociale, passata e attuale, all’interno della realtà locale. Il progetto citato ha come finalità proprio la raccolta e la conservazione di testimonianze reali e, in tale ambito siamo stati contattati con un primo incontro nel quale, Davide Ondertoller, ideatore, insieme a Sara Maino, del progetto, è venuto nel nostro circolo e ha intervistato personalmente il Sergio Bragagna, come Presidente del Circolo, il consigliere per le attività culturali Giuseppe Carmeci e il consigliere Ettore Bendinelli, come testimone oculare dei fatti dei primi anni del quartiere.È stata l’occasione anche per fornire il materiale usato per la realizzazione della pubblicazione relativa al 50° del Circolo Acli San Bartolomeo.
La prima sperimentazione di raccolta collettiva della memoria ha come tema proprio la zona di San Bartolameo: il quartiere, nato negli anni Cinquanta e oggi sottoposto a radicali cambiamenti edilizi e sociali, è ora vissuto da moltissimi giovani universitari, che abitano il nuovo studentato dell’Opera Universitaria e tutto è stato presentato nel giorno 19 maggio, in uno speciale evento cui è stata invitata una nostra delegazione, proprio a testimonianza di questa collaborazione che si auspica da più parti possa durare e svilupparsi nel tempo. _
la delegazione del circolo ACLI di San Bartolomeo durante la serata di presentazione del progetto LiveMemories/Jurka
altre immagini dell’evento di presentazione del progetto LiveMemories/Jurka, fotografie di Nicolò Caranti per Sanbaradio
.
Un'associazione per San Bartolomeo
fonte: quotidiano Trentino — 24 marzo 2009 pagina 24 sezione: CRONACA
articolo di Sara Ravanelli
TRENTO. Oggi abitano in zone diverse della città. Ma tutti hanno trascorso la gioventù al quartiere San Bartolomeo. E lo ricordano con affetto. Ogni due anni una cena diventa l’occasione per tornare con la memoria su quelle strade, ormai irriconoscibili. L’ultima, sabato scorso all’agritur Alle Vallene. «Eravamo 130 – racconta Giorgio Decarli – ma solo perché di più il ristorante non ne poteva accogliere. In queste reunion abbiamo raccolto almeno 170 nominativi attraverso il passaparola». Sabato sono state proiettate numerose foto, che un manipolo di nostalgici ha raccolto in un cd. Sono scorci del quartiere com’era quando era vivo, durante e dopo l’abbattimento delle cosiddette “palafitte” a partire dall’estate 2006, raccolte un po’ qui un po’ lì da chi le aveva conservate.
La cena si è rivelata pretesto per proporre ai vecchi coinquilini di via dei Tigli un nuovo progetto. «Siamo ancora in fase di ideazione, l’illuminazione ci è venuta non più di 15 giorni fa – puntualizza Decarli – ma, inseguendo questa nostra grande voglia di tenerci in contatto, vorremmo dare vita a un’associazione composta da tutti quelli che hanno vissuto San Bartolomeo». Un quartiere povero, definito ai suoi tempi il “Bronx” trentino, «ma tanto ricco di umanità e risorse» sottolinea Decarli. Positiva la reazione dei commensali all’idea di questa associazione, che potrebbe avere nome “Amici di San Bartolomeo” o “Spiazaroi di San Bartolomeo” e avere come logo simbolico la Madonnina che al momento adorna la prima casa del gruppo delle palafitte, da portare nella sede che si dovrà trovare. «L’obiettivo sarebbe accogliere chi ha vissuto la via e dare continuità a chi la abiterà – spiega Decarli – anche se ora come ora i progetti del Comune non sembrano mirati a volerla ripopolare. Uno studentato è frequentato da ragazzi “di passaggio”, bisognerebbe che si instaurassero lì famiglie e tanti giovani». Trasferitosi a San Bartolomeo quando ancora era troppo piccolo per ricordarlo, a soli 4 anni, Giorgio Decarli non ha però dimenticato lo stile di vivere il quartiere, ed è esattamente ciò che di quegli anni più gli manca: «Eravamo tutti poveri, ma se qualcuno aveva una briciola di più era subito pronto ad aiutare gli altri. I quartieri moderni sono diventati dei contenitori per dormire, non c’è umanità e condivisione di esperienze tra vicini. I ragazzi non fanno più comunella nei cortili, non ci si conosce e gli stranieri non si integrano perché vengono da subito guardati con diffidenza. Vorremmo che fosse tutto come una volta».















