QT QuestoTrentino – n.10 ottobre 2011
è quasi primavera…
è quasi primavera …credo proprio che el periodo sia “questo”!
Ma per esser sicur, dovria alzar tutt el Studentato de san BartolAmeo (con la A…come i dis lori!) … Qualcuno si chiederà: Cosa sta dicendo?
Sulle terre del conte “Sizo”, ecclesiasta di Trento, in questo periodo tra i filari delle vigne, crescevano i “denti de cagn” (denti di cane). I filari della vigna oramai erano stati potati, legati, il terreno era libero da tutto il “potato” che sarebbe stato usato come “legacci per fascine”, nei suoi rami più fini ed adatti!
I “denti di cane” sono una pianta che fiorisce con un fiore unico, o al massimo due, indovinatene voi il colore
Verso primavera le giovanissime piantine sono ottime mangiate sia in insalata che usate in alcune ricette di “cucina povera” trentina. Il sapore è amarognolo ma gradevole se condito bene con l’olio del garda. Dopotutto anche la rucola cresceva, ma in quei tempi era in una sorta di “dimenticatoio”. Chissà come mai la rucola è stata accantonata ed poi è esplosa nelle cucine mondiali. Forse il mercato globale nazionale ed internazionale ha rivalutato certe prelibatezze del popolo? Al giorno d’oggi il prezzo della rucola è caro, ma te la trovi lavata e confezionata, i denti di cane invece credo siano sempre costosi quanto rari!
Sulla collina di san Bartolomeo forse ce ne saranno ancora, come in tutti i prati di qualunque posto, i denti di cane son fiori per i poveri, ma bellissimi! E seminano paracaduti, divertimento dei bambini! Siam noi che li abbiam dimenticati, aggiungendo anche il fatto che i terreni puliti sono molto rari.
Un particolare romantico… Noi di san Bartolameo, si accedeva con disinvoltura in quella terra “profumata” anche se non nostra… Ed invece di acquistare al bancone di supermercato o negozio, si affrontava un’avventura… e oggi? … si dovrà possedere un “pass universitario”??? ih,ih,ih.
(Anonimaspiazarolade)
PIONIERI DI FISICA ( PARTE 4) – IL FUOCO

Ora diventa impegnativo… ma elementare per un “spiazarol”, non voglio dilungarmi, perchè di giochini ce ne sarebbero molti…
La scoperta dell’effetto lente dei vetri di bottiglia evitò a molti di procurarsi un’accendino sottratto in casa, soluzione meno romantica e per niente educativa. Avevamo scoperto che concentrando il fascio di luce solare su un mucchietto di erba secca si poteva produrre un fuoco. La scoperta della lente, fatta grazie alle lezioni scolastiche, aveva creato un manipolo di “piromani” eco-sostenibili, niente gas e accendini di plastica, ma leggi di fisica solare e una lente. La gara era chi aveva la lente più grande… con la quale il fuoco divampava più velocemente. Affinata la tecnica d’accensioni, si esplorarono i “materiali”: per esempio la pericolosissima plastica che quando bruciava colava in gocce che se ti cadevano sulla pelle te le saresti ricordate per molto tempo. Tutti questi giochi semi-inventati erano il prodotto di uno sposalizio tra nozioni imparate a scuola e portate nel paradiso naturale che ci stava attorno. Certo era quella stupenda maestra Pia Sebastiani a trovare come fare a creare l’ interesse per le lezioni anche a chi come me, aveva molti grilli in testa!
C’erano anche i “furbi” come mio fratello Biafra (questo era il suo soprannome). Qualche volta si giocava al fuoco nel boschetto tra il rione e la chiesetta di San Bartolameo. Giochi che si sono conclusi per almeno tre volte in veri incendi. Mio fratello fa parte di questi “furbi” e diede alle fiamme il bosco verso mezzogiorno, venne a casa tutto preoccupato che gli tremavano le gambe. I vigili del fuoco, in forze, avevano domato le fiamme. L’unica cosa che non capii, allora , è questa: perchè lui non prese una caterva di botte??? Che io fossi stato un errore imprevisto ( lo dice anche il tempo del concepimento giorni di capodanno, sarà stato su di giri papà) comunque non giustificava un trattamento diverso.
Lì imparai la legge di ” Murphy” anche nelle cose sicure c’è sempre qualcosa che succede diversamente dal solito e stravolge il tutto !
(anonimaspiazarolade)

Carnevale 1977
Carnevale a San Bartolomeo, 1977
archivio Roberta Calaresu
guarda le altre immagini del quartiere, archivio “quei de san bortol“, su Flickr
CHI GIOCA A TRIANGOLO ???
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5 Lire, 3 palline al tabacchino: erano come il primo dollaro d’oro di Paperone, l’inizio di un impero! Si giocava a “busa“, consisteva nel fare una piccola buca, in quella terra fertile che era San Bartolomeo, forse meglio dir del conte “Zizo” e del “Rossi bacan” (contadino). Bisognava riuscire a metter la propria biglia in buca e così ci si guadagnava il diritto di tirare e centrare la biglia dell’avversario che in caso di successo diveniva tua! Poi c’era il più semplice “scoceta“, un giocare a “darsela” con un tentativo ciascuno di centrare l’avversario, il premio anche qui la biglia. Poi il famosissimo “triangolo“, ma ne parlo dopo le biglie.

Le biglie che si usavano le conosciamo tutti e sono ancora sul mercato. Non so se è la Play-station, o i metodi anticoncezionali oppure la crisi della Famiglia data dalla difficoltà economica, ma io non ho mai più visto gruppi di 20 o più bambini divisi in gruppetti a giocare allo stesso gioco in autonomia.
Le biglie che usavamo erano di vario tipo e materiale: le biglie comunissime di vetro, poi quelle di vetro con ghirigori di colori che spesso era il motivo per nominarle “Fortunelle”, quelle che si diceva fossero d’osso, ma erano solo vetro bianco ma pensare d’osso era intrigante, e c’era il temutissimo “Balotòn”: una biglia d’acciaio (quelle per i “cuscinetti”) da un pollice e mezzo, credo. Di solito si scendeva in cortile (… “di solito” se ne capirà il motivo poi, verso la fine di questo racconto) e si chiedeva di giocare, così alla prossima partita entravi nel gioco. C’era un triangolo disegnato nel terreno ed all’interno si depositava la posta in palline, ci si accordava sul numero da puntare … ed ecco il gioco d’azzardo! Giocato per strada con la moneta e valuta che era disponibile a noi: le biglie! Poi si tirava la propria biglia verso una riga anch’essa disegnata nel terreno, chi s’avvicinava più alla riga aveva diritto ad iniziare e così fino a che il più lontano dalla riga comincia anche lui per ultimo. Vincevi tutte le palline che riuscivi a far uscire dal triangolo, quando sbagliavi il tiro passava al giocatore successivo. C’erano anche i “bastardi”del Balotòn (lo dico ironicamente, mi raccomando!). Non so se, come si dice per i cani, che tra cani e padroni ci si assomiglia, ma forse anche tra giocattolo e giocatore era così: uno di quelli “dal Balotòn” penso sia stato anche il Visintainer grande! (eh,eh,eh Ridi però Mauro! le ultime volte eri un bel “tomo”… non ciccio). Logico che in questo incrocio di contatti anche le varie “classi”o “tipi” sociali si incontravano e si scontravano! A me personalmente capitò con il giovane Cortelleti. Quello che dirò però è solo la mia campana, dirò come e cosa io ho vissuto.
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Quel giorno scesi e davanti al “trenta” di via Robinie c’era un gruppetto in procinto di giocare a triangolo, chiedo di giocare … il che mi venne seccamente negato dal Cortelletti, io mi avvicino semplicemente … e sferro un pugno direttamente allo zigomo del malcapitato, il Cortelletti si blocca e si avvicina al suo portone, non ricordo se schiamazzando o piangendo … certo ero stato troppo impulsivo per una cosa così … intervento decisamente troppo aggressivo … dopo poco sopraggiunge il Sandro B. e credo che mi abbia richiamato e poi si affaccia pure il fratello Lino B. al poggiolo del secondo piano, anche lui aveva qualcosa da dire, pur non essendo stato presente. Qualcuno … la verità?? Più d’uno in cortile mi disse: “bravo, fatto bene!”, mentre mi avviavo al patibolo, emotivamente era così: era meglio arrivassi prima io a casa della notizia! È ovvio che il Cortelletti ha pagato un senso d’esclusione che già vivevo in famiglia … ma non ci voleva molto per immaginare cosa sentiva dire di noi “spiazaroi” a casa sua! Lo sguardo di sbieco che ti davano il fratello ed i genitori era ” eloquente”, della sorella non interessava niente a nessuno. Ci stavamo muovendo nel mondo che si reputava di qualche classe più “superiore “, anche questo era San Bartolomeo, siamo in presenza di una casa di San Bartolomeo, ovviamente, con portone di ferro e chiusura elettrica. (v. nota quando l’Ikea non c’era).
Io avevo dato il pugno e non lo negavo, mio padre Ha pagato per me Lire 18.000 di pronto soccorso, per il Cortelletti. Personalmente ho pagato: una denuncia con due testimonianze ma non è stata la cosa piàù importante, ho pagato con una caterva di battipanate sul poggiolo di casa, che tutti vedessero. Le ho prese sul poggiolo sotto l’occhio e l’orecchio del rione. Se fiatavo ne arriva un’altra, poi un’altra, e poi ancora, ancora e ancora! Il rione… in silenzio.
Mi chiedo: “Al giorno d’oggi mia madre quanti anni di galera si sarebbe presa??? (…siete in molti coinvolti… in molti.)
Dunque : Gli eroi si piegano ma non si spezzano. Alcuni giorni dopo mi chiama la poliziotta a Capo della squadra femminile e mi chiede il racconto… poi estrae dal cassetto le testimonianze di Sandro B. e Lino B.
Secondo loro erano presenti ancora prima dell’inizio della lite, io dissento e lei mi ascolta e ricontrolla quello che io ho detto nel verbale stilato, poi legge le due testimonianze d’accusa… e mi sorride e dice: “Ok! Senti comunque lo capisci che è grave?? Ne sei pentito??”. Io oramai l’avevo presa in simpatia, era così dolce e comprensiva, anche se aveva la fermezza e l’autorevolezza necessaria alla situazione (autorevolezza ho detto, non autorità; lei aveva capito che a San Bartolomeo nemmeno i “spiazaroi” smargeloni avevano paura di loro, e mi confessò il rischio che forse ci saremo conosciuti meglio più avanti). Le ricordo che io non ho mai negato la mia colpevolezza, ma con quelle due infamate, dissi : “No non ne sono pentito e lo rifarei se mi trattano così. Ci ha provato più volte ma niente! Niente da fare, davanti a quell’infamità superflua (ero reo confesso) NON MI PENTO!
LEI SI RIVOLGE A MIA MADRE E DICE : “GUARDI sIGNORA , LE TESTIMONIANZE IN EFFETTI DISCORDANO , NON CON IL RAGAZZO QUI … ma fra di loro gli ACCUSATORI, LA LORO È UNA CAMPANA STONATA, in tribunale non accetteranno mai la causa, danno confessato e risarcito!”. Poi si rivolse a me con comprensione ed un monito: “Purtroppo mi sa che ci rivedremo, fai il bravo intanto!”. Tanto sante, le sue parole, quanto profetiche.
(anonimaspiazarolade)
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Ivanhoe
PIONIERI DI FISICA (parte 3)… AERODINAMICA

Fino agli anni 70 e 80 la vita a San Bartolomeo, si può proprio dirlo, era scandita dalle stagioni e quindi dalla natura. Anche i giochi ne subivano l’influsso, per esempio tutti quei giochi che comparivano nel periodo prima di andare in vacanza e che sarebbero diventati i tormentoni estivi. Adesso ci sono i giochi si comprano e basta: chissà se le generazioni di adesso rimanessero senza il tasto POWER … che fantasia hanno…??? Ma non son fatti miei .
Dunque, quando si era un pò più umani, la fantasia portava alle scoperte basilari in materia e fisica… Se cadi nella “rozza”… ti bagni (presenza dell’elemento acqua), se corri a perdifiato lungo tutto il percorso della suddetta “rozza”, per interazione di più elementi ( forza motrice , elemento aria , fenomeno evaporazione… questa era cultura generale di fisica d’alto livello) … TI ASCIUGAVI TUTTI I VESTITI.
Con la forza centrifuga ho sempre avuto confusione, certo che mia madre mi centrifugava la testa di sberle, quando arrivavo sporco di alghe asciutte … la roggia era proprio dietro casa, e quelli erano giochi vietati dai genitori. Ma tutti sappiamo di non dire ad un bambino : “ti vieto assolutamente”…
Un’altro gioco prevedeva l’utilizzo di materiale edile. I lavori nei cantieri delle case in costruzione in quegli anni dovevano tener conto delle temperature ambientali (niente anticongelanti allora) così in primavera gettate di cemento, ferro, piastrelle e… CANETE ! tubi di plastica per i contatti elettrici. Il cantiere delle scuole di san Bartolomeo ne avranno fornite per almeno 3 anni …
Erano lunghe quelle che trovavamo nei cantieri e quindi costruire una cerbottana passava attraverso il lavoro manuale. Ogni tanto ho visto versioni in metallo, scomode se dovevi correre … non hanno avuto molto successo (usate come clava…quello si che funzionavano bene..ih,ih,ih). Le migliori: la “DOPPIA” e la “TRIPLA”, lunghezza variabile (diciamo attorno agli ottanta centimetri) tra le canne si mettevano 2 o 3 mollette (quelle da bucato di legno) e il tutto si fissava con del nastro adesivo. Il miglior nastro era quello da elettricista, una via di mezzo tra plastica e gomma, di questo nastro a tutt’oggi se ne trova di svariati colori. Alcuni di questi guerrieri aveva cerbottane di vario colore degne del Mart di Rovereto come arte anni’60 – ‘70.
Successivamente si doveva imparare a tirare e … a forza di provare prima o poi sapevi che ne avresti fatta una perfetta come l’arco di Robin Hood! L’uso di caricarle con “Pive armate” con spillini, non credo fosse buona idea, io ho le mani e la coscienza pulite (ne combinavo abbastanza, avrei sfidato di nuovo la forza centrifuga di mia madre, meglio evitare). Tutto questo iter serviva anche per imparare a far le “pive” da solo e che ti portava a conquistare la posizione ufficiale di Guerriero Autonomo.
Tu la tua arma e i colpi (le striscie di carta) infilati nella cintola! A SAN BARTOLOMEO NON SERVIVA IL PORTO D’ARMI
(anonimaspiazarolade)
Anche a San Bartolomeo ci si poteva sentir Romeo
IL MIO PRIMO, MA VERAMENTE IL PRIMO, AMORE VISSUTO …. A SAN BARTOLOMEO

C’era una volta un Re … direte amici miei.
No dico io ! … e nemmeno c’era una volta un pezzo di legno … ma …
C’ era una volta en spiazzaroll (monello) de San Bortol ed una principessa. Nel Regno di San Bortolomeo … comincia così ……….
PRIMAVERA ‘77 , LA RIVOLTA GIOVANILE contro la famiglia impazza in tutt’italia, ma a San Bartolomeo teatro anche della nascita dei movimenti di estrema sinistra, c’é spazio anche per l’amore vero (la speranza).
Cera una volta un Re … direte miei piccoli amici! … No! c’era lei, Ornella – teeneger di san Bartolomeo – un sogno per me, spiazaroll d’abitudine, che solo a guardarla le gambe mi facevano giacomo-giacomo.
Non so dir se bella o meno! portava anche gli occhiali ma a me batteva il cuore ogni volta che la incrociavo sul corridoio delle scuole medie, lei della Prima ed io in Terza (abbastanza noto a scuola, senza modestia, per una certa esuberanza). Negli anni sucessivi ho capito che Ornella mi provocava tempeste.
A SCUOLA NON SON MAI RIUSCITO A RIVOLGERLE LA PAROLA!!! io che non temevo niente e nessuno …
Alle medie in Terza G si parlava di Marx ed Engels, con Che Guevara nella testa e la rivoluzione come sogno … per poi mangiar e viver a casa di mamma (i rivoluzionari !).
Poi il fato mi aiutò, mio fratello si fece amico dei suoi genitori, e lei, la Principessa in persona, aveva consegnato il suo diario a mio fratello perche ci scrivesse un ricordo, allora andava di moda tra le ragazze quasi adolescenti. L’occasione fa il moccioso ladro e sottraggo il diario a R. e scrivo il mio primo messaggio ad Ornella chiaro, esplicito … da GRANDI insomma. Il messaggio suonava pressapoco così: “Domani mattina , vai in cucina … bevi il caffè, scottati la lingua e ricordati.. di me!” Romanticismo da san Bartolomeo si!
Non ricordo se ho firmato, credo che dall’imbarazzo ho optato per andare alla Standa e sottrarre un braccialetto, per allegarlo attaccandolo al diario … ma i ricordi si annebbiano, io penso così perchè sarebbe stato al livello delle mie possibilità e sentimento, l’amavo! … un piacere proletario rubar un gioiello ( bigiotteria da Standa, poi) per l’amata. Sì, un esproprio motivato: s’aveva da fare e basta!
Fu così che riuscii a parlare con un’angelo.
Cacchio!!! Le favole son vere, mi dicevo … che confusione! Una Principessa si degnava di accettare un’appuntamento con me. IO???…spiazarol de san Bortol ( san Bortol podeva esser anche na favola! )
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PIONIERI DI FISICA… (parte 2)
Esistevan dei giochi con cui si aveva un appuntamento con scadenze dettate dalla natura. In primavera ai primi caldi e quando la natura si risveglia era il momento giusto per costruirsi una ”Fionda”, gioco affascinante nella ricerca del pezzo di ramo con cui costruirla. Alle spalle di San Bartolomeo c’era un bosco che, credo, sia stato del cosiddetto “Rossi bacan” (contadino), che più di una volta aveva rincorso gli intrusi nel bosco, ma da quando aveva smesso d’imbracciare la doppia caricata a sale col cacchio che beccava qualcuno.
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Il bosco sulla carta, di diritto, era suo ma di fatto erano i bambini i veri proprietari e sherpa del posto. L’abbandono a cui era lasciato e lo scorrazzare dei bimbi avevano dato forma ad un groviglio di passaggi, cunicoli fra i rami, era un fiorir di capanne, a terra ma pure sugli alberi, anche a tre metri d’altezza. La distruzione di una capanna altrui, t’iscriveva d’ufficio nella lista dei ricercati “dead or alive”, e la ricerca si protraeva fino al ritrovamento del colpevole. La cosa veniva regolata come nel Far West, un duello con spettatori (e così si affinava la tecnica del combattimento corpo a corpo), altro che palestra e doping , ginnastica su e giù per il bosco e la forza dei leoni giovani!
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Ritornando alla fionda: la scelta del ramo occupava anche un pomeriggio, si giudicavano i rami da usare secondo regole tramandate dai più grandi ed aggiungendo la propria esperienza. Dopo aver reciso il pezzo di ramo te lo portavi a casa, il lavoro era lungo… ed era sempre meglio non farsi trovar dal proprietario del bosco con i rami spezzati in mano, avresti dovuto abbandonar l’artiglieria e correre a perdifiato!
Cominciava il lavoro del “spiazarol”: trasformar quell’incrocio a V dei rami in quella che doveva esser la ”tua fionda“.
La preparazione durava dalle ore a qualche giorno, i più bravi ne abbellivano l’impugnatura con intarsi, si bagnava il legno per poi farlo asciugare (una specie di stagionatura del legno accellerata). La si costruiva bloccando, con una miriade di elastici piccoli, l’elastico principale, che trapassava un rombo di pelle, che serviva da postazione di lancio del sasso. La FIONDA veniva portata infilata in una delle tasche posteriori dei pantaloni come fosse la tua Colt 45 da quel momento … “attenzione il ragazzo gira armato”.
Dopotutto a San Bartolomeo prima conoscevi le armi poi “cadevi dal pero” dicendo “Aaaaaaah… ci vuole il porto d’armi !?! Ma San Bartolomeo era a porto d’armi libero e le ”fionde” dei spiazaroi erano le armi meno pericolose!
Viva “I Spiazaroi de san Bortol” !!!
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(anonimaspiazarolade)
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continua, parte 1
LA MAMMA DEL MICIO DECISE DI ABBELLIRE I GIARDINI…
..figuriamoci se nelle aiuole che circondavano le palafitte cresceva l’erba…. eravamo dei piccoli Attila…. erba non ne poteva crescere…. o che si giocava a calcio…. e sulla strada, tanto macchine non ne passavano, e tra le aiuole… o si giocava a biglie…. scavando tortuosi fossetti e buche ovunque… o che si nascondevano i tesori….ed i buchi divenivan voragini…. ah ah ah… ma un giorno la mamma del Micio decise che era ora di far crescere l’erba…. ed eccola borsa di plastica in mano e coltello…. dirigersi verso la zona in fondo al rione…. verso viale Verona. Ogni mezzora la si vedeva tornare con il suo bottino pesante…. zoppe… andava a cercar zoppe…. le cavava con il coltello… alle altre aiuole più fortunate…. e poi giunta alla sua le riappoggiava a terra, nella speranza che l’erbaccia attecchisse…. ovvio che ci proponemmo subito volontari ! …tutti ?…. tutti tutti !!!!….. ah ah ah…. immaginateli tu, un centinai di bamboccetti scalmanati, armati di qualche bastoncino a cavar zolle di terra per il rione…. ah ah ah …. in meno di mezza giornata, Attila poteva sparire dalla vergogna al nostro cospetto…. nulla poteva più crescere da dove eravamo passati… per mesi ormai…. ma la casa della mamma del Micio, adornata di zolle, era fantastica!!…. Oddio, a guardarla bene, un pò di mal di mare ti veniva…. ah ah ah…. le gobbe del prato, davano alla prospettiva un che di onda marina impazzita…..
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Nacque così, la voglia di giardinaggio nel rione. Andammo avanti per qualche settimana a rubarci le zoppe a vicenda, palafitta contro palafitta…. di notte, appena le mamme erano andate a dormire….. ma compreso che non c’era modo di venirne a capo, decidemmo di giocarci…. e le zoppe divennero armi micidiali, da lanciarle addosso al nemico di turno, che osava sfidarti…… la mattina, terra, zoppe, ovunque…. un macello….. ah ah ah ah….. e la mamma del Micio si arrese….
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( Roberta )
IL CILIEGIO MAGICO E LE FORMICHE ROSSE

Sembra quasi un titolo di una favola per bambini … sembra quasi una leggenda tanto folle può esserne il ricordo … a San Bartolomeo negli anni Settanta questo ed altro.
L’albero era un normalissimo albero di ciliegie … e noi dei normalissimi marmocchietti. Dove stà la magia? vi chiederete … ora ve la racconto.
L’albero di ciliegie non era nel rione, ma in una campagna privata sovrastante il quartiere. Il terreno su cui cresceva l’albero era dislocato ben più in alto dello spiazzo al quale noi bimbetti avevamo accesso. Albero era alto alto … i bimbetti piccoli piccoli, come le formiche appunto. Perchè rosse? perchè eravamo tremendi … ah ah ah ah … non ci fermava nessuno … figuriamoci doverci arrampicare sul muricciolo e sulla rete a protezione che delimitiva la campagna, scavalcatola si doveva guadare una piccola roggia, che per l’età che avevamo, tanto piccola non sembrava: essendo limacciosa, piena di alghe e tonda nel fondo era oltremodo pericolosa non solo per bagnarsi ma anche per slogarsi qualsiasi giuntura. Guadata la roggia ed arrivati nelle campagne sovrastanti eravamo in vista dell’albero da “violare”. Arrampicarsi, con i pantaloncini corti, pieni di alghe e bagnati, non era un’impresa facile. Ma giunti alla meta, sopra i possenti rami, tra le ciliegie, sembrava di essere in paradiso.
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Ma come in tutti i videogiochi moderni, anche allora c’era da completare lo schema in un tempo ben stabilito, altrimenti time-out … ah ah ah ah … il nostro “timer” era il contatino proprietario della campagna, “el bacam”!! … lui, il terribile, sapeva … intuiva … ed aveva il fucile caricato a sale sempre pronto.
Tutto aveva una gerarchia, come nel regno animale … i più grandi e temerari scavalcavano, guadavano, e spaccavano via rami giganteschi, ma così giganteschi che al finire di ogni estate non ne restava che il tronco di quel povero ciliegio … e poi una volta che il ramo cadeva i più svelti sotto e viaaaa a prendere il gigantesco ramo e trascinarlo velocemente fuori dalla portata del fucile … e dietro i più piccoli a raccattare ciliegie che rotolando si staccavano dai rami offesi….. non rimaneva foglia a terra, né traccia alcuna Il contadino alla finestra, che continuando a urlare, inseguiva con lo sguardo gli ultimi eroi che scendevan dall’albero … che mal di pancia le scorpacciate di ciliegie …ah ah ah ah… e l’albero magico ad ogni inizio estate ricresceva più grande di prima.
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Roberta C.










