san bartolomeo Archive

SE NO' TE ME RIDAI EL BALON TE SPACO I VEDRI CON 'NA SASADA!!!

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“Se non mi ridai il pallone ti rompo i vetri con i sassi” …  in questo modo ti veniva gentilmente chiesto di restituire il pallone finito sul poggiolo (anche del quarto piano come quello della famiglia Voltolini), dai “smargeloni de boci” che giocavano in cortile sotto il cartello: VIETATO IL GIOCO DELLA PALLA E DEL PALLONE ! (una vergogna di divieto). Questa era SAN BORTOL, noi Boci eravamo tantissimi e almeno stavamo sotto casa! (o vi piace l’atmosfera “cimitero” di adesso ??).

In Quei Tempi su tutte le case c’era il cartello con il monito: “Vietati il gioco della palla e del pallone”, così dappertutto si giocava alla palla ed il pallone. Per le bimbe il gioco che andava, nel periodo storico di cui parlo, era “palla 9″, la “tiritera”, “ïl mio cuore si muove”, “9 x 9″ e poi “madrebadessa” oppure quello dell’elastico tenuto teso e saltando formavi figure geometriche con l’elastico.

Prima dell’avvento e comunque prima che i paracarri di metallo fossero messi lungo via Robinie a difesa degli alberi (credo ci siano ancora) si giocava usando per “porta” le mura delle case :-)  e quasi sempre non la propria! Logico che gli abitanti dei primi piani, hanno stabilito subito un rapporto fatto di “ringhiate” più che di comunicazione. Ma noi non potevamo andare tanto per le lunghe, squadre fatte: Si gioca! Ed il rione era il nostro stadio! I Bortolotti (civico 36) della mia casa erano martellati dal gioco delle femminucce mentre quello di fronte (il 28) aveva una parete che si prestava in modo perfetto anzi quando arrivò il metano la tubazione ci fornì un palo “naturale”. A dir la verità capisco che a volte si tirava così forte su quella facciata che era anche fatta di mattoni forati comuni, che credo da dentro era come stare in una grancassa.

A volte il pallone finiva sui poggioli delle case. Nel 28 di via Robinie c’erano più balconi “a rischio” ed uno era verso la metà dell’altezza della casa, ma non ne ricordo il cognome. Un pomeriggio tardo prima di cena si stava giocando proprio nel cortile davanti a casa mia… e qualcuno spara il pallone che s’intrufola su quel poggiolo. Dal solito vociare di festa di tutti noi si passa ad un mugugno smorzato … sapevamo che i problemi cominciavano. Non passò molto che il tipo (il capo famiglia in persona) si presentò sul poggiolo e senza nemmeno ascoltare… e giuro che gli si stava chiedendo rispettosamente scusandoci (sapevamo che altrimenti, avremmo scatenato una lite, era stupido attaccare per primi!). Ma lui sbraitò qualche cosa e confiscò il pallone dicendo che lo avrebbe bucato e sbattè la porta del poggiolo! Era andata di merda! Idea!!!! Corro ai campanelli e suono il campanello dell’interessato in modo molto nervoso, della serie “o rispondi o continuo a suonare”. Finalmente rispondono e io spiego conciso “Se buchi il pallone, saltano i vetri delle tue finestre!”.  Il messaggio era chiaro nel gergo di quei tempi perchè “en spiazarol”, oltre che saper fare le “pive per le cannette”(il gioco della cerbottana), doveva avere anche una mira accettabile, che veniva tenuta viva nei periodi senza le cerbottane con il lancio dei sassi. Le sassaiole tra vie diverse non ditemi che nessuno le ricorda !

Dopo aver cercato un dialogo al citofono provo gridando nel giroscale la mia minaccia e corro nuovamente sotto il poggiolo e per la terza ed ultima volta grido ancora. Tutti guardavano … mi ero forse esposto un pò troppo? Raccolgo un sasso e lo lancio in direzione del poggiolo. In brevissimo tempo il pallone arrivò nel piazzale come d’incanto ed era sano e salvo! Urlo di vittoria generale e via, a giocare ancora. Non ricordo molto bene come andò quando tornai a casa …  ma ne era valsa la pena … abbiamo finito la partita!

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(anonimaspiazarolade)

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MARCELLINO … UN NOSTRADAMUS a San Bortol

Marcellino abitava al 36, arteriosclerosi e alcool avevano messo un muro tra il mondo e lui …  ma forse era solo quello che tutti credevamo. Marcellino in San Bartolomeo ci stava bene, ribelle fine alla morte. Reduce di guerra … trasandato, ma avrei voluto veder gli altri al suo posto. Marcellino aveva la sua “dolce metà” Emma. Marcellino adorava le donne galiziane … “tutte tettone” diceva. E negli anni l’ho sentito dir da altri, che in Galizia era andato per vacanze… Marcellino non credo fosse stato in “ferie volontarie” in Galizia … ma almeno era tornato vivo!

A Marcellino vanno le mie scuse e spero quelle di altri bimbi. Non tanto per le stupidate, ma per quelle volte che gli rubavamo il cappello. Condizionati dal modo di vedere Marcellino dei grandi trattavamo irrispettosi quel povero vecchio. Ok era un pochino pazzo! Per esempio quando cominciava a lamentarsi come un bimbo per il suo cappello … in quel momento capivamo che era sbagliato quello che facevamo. E c’era sempre qualcuno che riportava il cappello nelle sue mani. Lui ti sorrideva …  aveva perso tutto … aveva perso se stesso e la mente, ma il suo cappello era una cosa inseparabile per lui. Marcellino non portava rancore, aveva altro da fare nella sua confusa vita! Marcellino era un vero “spiazarol” sovversivo! Passeggiava per le vie del rione gridando a squarciagola : “PORCA ITALIA!…  PORCA ITALIA” !!!  Non vorrei sbagliarmi, ma in quei momenti tante persone erano d’accordo con il significato di quelle urla!  E al giorno d’oggi avrebbe molti “fans” in Italia!  MARCELLINO VEDEVA NEL FUTURO: “PORCA ITALIA”!!!

(anonimaspiazarolade)

live @ palafitte

san bartolomeo : vitatrentina

articolo del periodico Vita Trentina – settembre 2010
leggi l’articolo (*.pdf)

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PIONIERI DE FISICA TRA BALOTI E POZZANGHERE DE SAN BORTOL … ALTRO CHE PLAY-STATION (part 1)

spiazaroi a San Bartolomeo

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San Bartolomeo è nata senza asfalto … ma che dico? San bartolomeo é nata senza macchine! Sono venuti, hanno eretto le case a scaglioni di tempo. Dopo l’erezione delle case le strade erano rimaste per anni in terra battuta anche dopo la comparsa delle automobili.

San Bortol era sempre l’ultima… la vicina Bolghera era trattata con i guanti bianchi, L’OPPOSTO ERA PER SAN BORTOLAMEO. Le strade erano di ghiaone battuto e con l’apparizione delle prime macchine si formava un polverone da far-west in estate e una palude quando pioveva. Allora i giochi elettrici che io conoscevo erano “il trenino LIMA” e i primi Robot a pile. Quindi i giochi s’inventavano … Dopo le grandi piogge primaverili che davano vita a gli alberi (che sarebbero diventati case per i maggiolini) rimanevano pozzangherine, pozzanghere e pozzangherone! In quelle più grandi, che nessuno attraversava pena il grido della mamma “A CASA!”, si incastonava un gioco che s’ispirava alla legge fisica “OGNI AZIONE PRODUCE UNA REAZIONE”, al momento non ricordo se l’ideatore è la stessa persona della “relatività del tempo”… (ih,ih,ih, non ho studiato). Se lanciavi un sasso grosso e tondo, possibilmente al centro della pozzanghera, provocavi un’onda che andava e tornava, dal centro a riva e ritorno. Un effetto ottico che agli occhi di un bimbo era favoloso.
Qualche inconveniente succedeva…
Una volta facendo questo gioco con L. Emma di via Robinie 26, il sasso mi scivolò dalle mani e lo colpì in piena fronte, sangue a dirotto!
Devo ringraziar L. EMMA che disse la verità, che era solo un’incidente … altrimenti ne prendevo una montagna di battipanate ! Grazie L. EMMA (corelo ancora en moto???)
(anonimaspiazarolade)

LIVE @ palafitte : 21 settembre 2010

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L’evento è organizzato da Asut e Portobeseno in collaborazione con Comune di Trento – politiche giovanili, Opera Universitaria e TrentoASA. Progetto realizzato con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto.

Il concerto segna l’inizio di un progetto dedicato al quartiere e allo studentato di San Bartolomeo a Trento.

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Martedì 21 settembre 2010

Ore 21

Quartiere San Bartolomeo

Viale dei Tigli – Trento

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live @ palafitte

the TUBBS + Gio_veNaLe

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Il gruppo si chiamava The TUBBS, ma i suoi componenti in questa occasione sarebbero solo due, gli altri sono single con cui si suonava nelle cantine del quartiere San Bartolomeo: qualcuno ha avuto successo altri han fatto altre strade. Il Genere ANNI 60 (Equipe 84, Rokes, Dik Dik, Beatles). Il gruppo è composto quindi dai neofiti di allora che cercavano di imitare i grandi di quegli anni inseguendo sogni e miti da “figli dei fiori”. Componenti: Claudio Rossi, Antonio Ippolito, Paolo Anesi, Sergio Girardi.

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Il gruppo di chiama Gio_veNaLe, ma è in fondo un’entità unica, non divisibile; un progetto che nasce a Berlino nel 2008 e subisce nel corso dei settecento giorni seguenti varie metamorfosi. La forma attuale vede G_NL [voce, synth, programmazioni], TH [basso, voce] e HYPERION [interactive visual]. La lingua parlata è una sorta di drum’n'bass berlinese condita di sano pop italiano, fortemente attratta dalle architetture e dagli spazi, residente per 2/3 a San Bartolomeo e legata nella sua storia recente alle atmosfere del quartiere.

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Diretta radio streaming a cura di Sanbaradio.

Durante la serata funzionerà un servizio bar e ristorazione a cura della Associazione Fiore del Gojjam.

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" MAMME A TURNO " … le migliori !!!

Lidia con suo nipote Daniel

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La mia ultima “mamma di San Bartolomeo” se ne è volata in cielo pure lei.

A San Bartolomeo c’erano signore che ti facevano da “mamma in Prestito”, forse perchè con i figli degli altri è più facile far il genitore con amore responsabile o forse perchè molte di loro cercavano di alleviare la tua vita, in quei momenti che si rapportavano a te. Lidia mi ha istruito alla matematica finanziaria, a fare “Poti- Poti” sul generoso seno della figlia: era un gioco che mi era venuto spontaneo, in braccio a Renata e sul pianerottolo delle scale ho mostrato a Lidia cosa credevo servisse il seno delle donne (che trovavo realmente differente dagli uomini), un seno cosi prosperoso doveva sicuramente usarsi per suonare il clacson!! e con la manina, ingenua, mostravo che palpandolo repentinamente si sentiva ” POTI – POTI “, cosi`tra le risate dei presenti io che non capivo il gioco lo rifeci. Renata ed io ce ne siamo ricordati anche l’ultima volta che ci siamo visti quando avevo 45 anni.
Lidia mi aveva insegnato che se io facevo delle cose buone potevo guadagnare .
Per lei che era al Quinto piano le cose utili erano: portare giù le immondizie o recarsi a prendere qualche cosa ai negozi ai piedi del rione. Un favore valeva “UN SOLDINO”, quella era la nostra valutazione corrente. Soldino che allora tramutavo in biglie di vetri, 5 Lire -tre biglie, “un soldino” (50Lire) 10 biglie !!! WOWWW!!
Il contratto era stipulato sulla parola, tipico di san Bortol !
Un giorno Lidia va in città e mi lascia le immondizie sulla sua porta di casa, tutto ok… per il salario ci saremmo visti quando tornava. Ma sulle scale quel giorno trovai 2 sacchi d’immondizia …
OK ! mi dissi , ero abbastanza forte per portarli giù tutti e due in un solo viaggio, poi a giocare.

A mezzogiorno torno a casa, Lidia era tornata dalla città. Busso alla sua porta per saldare i conti del lavoro mattutino, lei mi apre sorridente, sempre dietro a quei occhialoni e mi chiede di pazientare, doveva prender il portamonete. Mi consegna il salario e ci salutiamo, la porta si chiude alle mie spalle.
Sul pianerottolo apro la manina e trovo un soldino da 50 lire … mi giro e ribusso alla sua porta, (con Lidia non avevo paura di esser sgridato o allontanato in malomodo come poteva succedere alla porta di fronte : casa mia).
La porta si apre e lei mi cheide : “cosa c’è piccolo?”, io apro la manina e timidamente ma con tranquillità spiego il problema : “mah?! scusa Siora Molinari? ma se un sacco fa UN soldino, due sacchi fan DUE soldini ??”. Lei mi guarda e scoppia in una risata, mi abbraccia e mi dice “si tesoro, hai ragione non volevo gabbarti” estrae un’altro soldino e me lo consegna. UN SOLDINO DA 100 LIRE !!!!! Lei aggiunge : “ecco tieni !!!” Ti meriti un soldino GRANDE !… hai fatto bene i conti e sei venuto a chiedere, altri sarebbero andati a dire che sono disonesta”. Io rido e rassicurandola con un’ingenua sicurezza … : “dai Lidia che noi siamo amici lo so ! io non parlerei male di te alle spalle”. Sono andato a casa con un’esperienza che avrei ricordato per sempre !

Di questi giochi, cara Lidia … ne abbian ricordato i momenti, anche l’ultima volta che ci siam visti, quando tu incredula hai guardato giù dal poggiolo, in quel momento solo al secondo piano ed hai esclamato dopo aver sentito la mia voce (a vista non mi hai riconosciuto): “ma sei tu!!! Lucianino mio!!! vieni su tesoro, vieni su !!!”. Ho passato ore inebetito da ciò che provavo , tornato bambino con una delle mie “mamme a turno”. Si perchè ce ne erano altre per me , la mamma del Bicio ( via Tigli) lei piccolina ed anche suo figlio piccolino, mi a dato carezze in viso pure a 35 anni, la Signora Parisi, da cui puntualmente ogni 2 settimane andavo a mangiare ed ero accolto come un fratellino anche dai figli, la signora Furlani, dove andavo a far uno strano gioco, lei aveva una friggitrice collegata ad una pianola io suonavo “Sul Bel Danubio Blu” e suonando si riscaldava l’olio, ed il grido ” boie l’olio” ce lo siamo detto anche quando avevo 30 anni, non ultima Rita Rugino … ma lei merita una nota a parte, una donna della classe proletaria, che mi ha dato delle lezioni di educazione civica, sociale ed educazione sessuale degne di una Laureata con 110 e lode a cui dedicherò sicuramente un racconto.
Ora Lidia ti dico quel CIAO che non sono arrivato a dirti , ma pure tu , l’ultima volta, mi dicevi che prima o poi andavi a ritrovar Mario, bene anch’io prima o poi verrò a trovarvi  e ci divertiremo come sempre

CIAO ” MAMMINA LIDIA “un bacio grande come una casa !
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Massimo Volume @ Suoni Universitari

Oases of Light

Il gruppo musicale Massimo Volume in concerto allo studentato San Bartolomeo.

Ascolta l’intervista a Emidio Clementi, cantante e bassista del gruppo – a cura di Niccolò Caranti per Sanbaradio

http://www.sanbaradio.it/content/post-it-del-14-giugno

fotografia di Niccolò Caranti

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DUELLO IN TRASFERTA… San Bartolomeo sfida San Giuseppe.

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( ih,ih,ih,ih,ih) Questo video mi ricorda quando a Franco G. gli viene rotto il naso da Stefano L. di San Giuseppe, al campo da ghiaccio.

Il pomeriggio dopo, lui, Franco, che era 20 cm più alto di me, venne e mi disse: “guarda, mi ha rotto il naso a tradimento, mentre stavamo parlando, improvvisamente, mi ha dato un pugno in pieno viso con i guanti rinforzati da moto, ed io… k.o.!”
Dopo averlo ascoltato gli dico: “Ok!!! Vuol dire che stasera tu torni a pattinare… ma stavolta con me!!!”.

Da notare: la mamma di Franco consigliava sempre a suo figlio di non frequentarmi, cosa che spesso non accadeva!

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Così io, Franco ed altri 3 o 4 (in san Giuseppe erano pure in molti ed eravamo in casa loro; qualcuno che ti guarda le spalle faceva comodo) entriamo nel campo da pattinaggio e pian piano la discussione tra i 2 quartieri inizia! Arriviamo ad un accordo: quando chiude il campo ci si vede fuori.
Io ed il feritore Stefano L. siamo fuori, alle mie spalle ho il mio amico per la vita C. … posso star tranquillo, niente vigliaccate!
Si era formato un cerchio, forse con più di 50 spettatori. Nel centro io e Stefano L. passeggiamo in cerchio guardandoci negli occhi e preparandoci allo scontro. Il Turri, il Celva, anche loro “tremendini”, si son prodigati a dar consigli. A me il Turri si avvicina e mi dice con complicità : “occhio! Stefano picchia quasi come me… stai attento!”.
Lo sfidante s’infila i guanti da moto (errore gigantesco scoprir le carte prima di un combattimento!!!). Tra l’incitamento della folla Stefano commette il secondo errore madornale… usa la stessa tecnica spiegatami da Franco. Nel bel mezzo del parlare sferra il pugno diretto al mio naso… una mano, la mia, ferma quel pugno a 5 cm. dal mio naso, il corpo mio era pietra ripiena di adrenalina, le orecchie mi fischiavano. Poi, dopo il bloccaggio, fu una caterva di botte, finchè non avevo più fiato!!! Stefano cade! Ed io mi rivolgo al pubblico e dico ridendo: “Guarda Turri!!!! Ora è il tuo turno!”.

Scherzavo, con Turri ero amico.
OK!!! Missione compiuta, San Bartolomeo ha lavato l’onta con il sangue.”Guerrieri, tutti a casa ora!!!”
Il giorno seguente ci recammo di nuovo a pattinare per suggellare la nostra supremazia.
Mentre mi mettevo i pattini s’avvicina Stefano L. recriminando che gli avevo spostato il naso! Io ho chiuso subito il discorso: “Ricorda che non ho finito il lavoro, se vuoi continuiamo dopo aver pattinato, così te lo rompo del tutto!”.
Ci lasciarono in pace e alla sera ci lasciarono andar via senza avere ultiriori screzi.

Ora i BULLI se la prendono con i più deboli, a San Bartolomeo allora I BULLI DIFENDEVANO I PIÙ DEBOLI.

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Noi del confine

La strada dove abitavo da bambina, parallela al Rio Sale, era equidistante da due rioni della città: Bolghera e San Bartolomeo, e li divideva. Quartiere molto borghese il primo, operaio il secondo, dove l’unica licenza romantica era racchiusa nei nomi di alberi delle tre vie: Tigli, Olmi e Robinie. Era conosciuto anche per le palafitte e le americane – case popolari costruite con il piano Marshall – e definito Bronx, con il passar degli anni, per la concentrazione di problemi sociali mai del tutto risolti. Nella mia strada abitavano famiglie di professionisti e benestanti mescolate a famiglie d’impiegati e infermieri; per le prime la convivenza era spesso temporanea, giusto il tempo di terminare la costruzione della villa in Bolghera o nella prima collina.

Cominciai a uscire dal mio cortile per andare a scuola, alle elementari Fogazzaro, che raggruppava i bambini dei due rioni. Stare in classe era la cosa più bella del mio mondo, appartenevo a un gruppo di bambine tutte uguali, le differenze sociali nascoste da grembiule nero e fiocco colorato. Il primo giorno la mamma non mi accompagnò, il mio fratellino era nato da pochi mesi e comunque facevo la strada con il maggiore che andava in quarta. Finita la scuola, si giocava sempre nei pressi di casa, a tiro di voce dai propri genitori, la gran distanza tra la mia strada e i due rioni con lo smisurato metro dell’infanzia.

Iniziai ad avere sentore d’ingiustizia quando Luisa, la mia amichetta preferita, compagna di classe e di catechesi, che abitava nella mia stessa via, m’invitò alla sua festa di compleanno. Ero molto emozionata al pensiero della mia prima festa. Avevamo parlato per settimane dei giochi da fare e delle altre compagne invitate. Poi quella mattina a scuola, dispiaciuta, mi dice che non posso andare. “Ma perché?” chiedo. “La mia mamma non vuole… perché non puoi portarmi il regalo”. Ci rimasi malissimo, ero spesso a casa sua a fare i compiti e stavamo proprio bene insieme, Luisa era buona e simpatica. Però la sua mamma, austriaca, da un’altra stanza ogni tanto alzava la voce e le parlava a lungo in tedesco, con tono duro. Poco dopo Luisa mi diceva che era meglio andassi: il papà, dentista, stava tornando. Ma sulla porta la sua mamma mi salutava sorridente e qualche giorno dopo era lei a telefonarmi di andar da loro per fare i compiti con Luisa.

Avrei voluto raccontarlo ai miei genitori. Sentirmi rispondere: “Non sei tu a sbagliare, siamo noi a vergognarci della loro povertà di cuore”. Ma non dissi niente, perché allora nessun genitore era attento a queste cose, quello che ci succedeva era sempre colpa nostra e avrei rischiato un sonoro castigo. Senza l’aiuto di un adulto impiegai molto tempo a elaborare perché andassi bene per insegnare i compiti, ma non per partecipare alle feste. Innocente vittima dell’ipocrisia borghese da sorrisi di facciata e pugnalate alle spalle. Eppure bastava entrare nelle diverse case per cogliere il lusso e la povertà. O guardare l’unico cappotto sempre più corto e liso indossato da certe bambine. L’unico paio di scarpe sfondate che s’inzuppava di pioggia o neve e si asciugava nei piedi giorno dopo giorno.

Alle medie iniziai a sentirmi davvero a disagio: considerata troppi scalini giù da quelli della Bolghera, per giocare nei loro giardini recintati, partecipare alle loro feste, andare in vacanza nelle loro case in montagna. Troppi scalini su per quelli di San Bartolomeo, con i quali mi ero persa la vita in strada, l’amicizia e la complicità dell’esser ugualmente disagiati. Da adolescente il quartiere di San Bartolomeo divenne così malfamato da essere imbarazzante dire di risiedere in quella zona. E doveva sempre seguire la chiosa: via Chini è strada di confine, il Bronx comincia da lì in poi. Con gli anni Settanta fu soprattutto la droga a trovare terreno fertile fra molti che erano alle elementari con me e che, purtroppo, furono tra le prime vittime in città. Sicuramente entrò anche nelle belle case col recinto dei ricchi. Ma fece meno, molto meno rumore.

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di Nadia Ioriatti

articolo pubblicato su QuestoTrentino, n. 2/2010

http://www.questotrentino.it/qt/?aid=11669

"a mi no me pias …"

C’é sempre una prima volta … ma a volte non la trovi neanche a cercarla con il lanternino !

Quei giorni, tra primavera e estate, stavano passando lisci e tranquilli come non mai; si sa, quando è primavera … sia nel mondo animale che in quello umano è un fiorire di nuovi amori e nuove simpatie. L’appuntamento sotto il balcone della “principessa” era di routine (non credo che le mie attese fossero assillanti) io aspettavo “bravo bravo” che svolgesse gli impegni tra scuola e casa. Chissà quanti, sbirciando o guardando dai balconi avranno pensato: “Varda lì quel Romeo… almeno fino a quando è dalla sua principessa, non combina guai !”

Quella cosa innocente , quella simpatia , aveva riportato l’interessato alla vera dimensione di un 13enne. Non male per uno che , l’unica regola che aveva era il famoso “VIETATO VIETARE”.  Ma quando era con lei tutto cambiava. Che sia stata la speranza in una vità più rosea, l’artefice di quel radicale sdoppiamento? … io non lo so, mi piace pensarlo … certo mi piace pensarlo!

Tornando al nocciolo …  Ora ci si era conosciuti, appurato che esiste una particolare simpatia … è ora di crescere e veder come si diventa adulti.  SI ! …  ok!… E come ?!?  IO UOMO E TU DONNA! E chi cacchio sapeva cosa si fa! Educazione sessuale non si faceva a scuola ne a tavola a casa!!!  Credo, ma i ricordi son un pò confusi, con l’aiuto delle sue amiche, si arrivó ad individuare l’obiettivo! Un Bacio come i grandi, come nei film! … si, quelle cose con la lingua. Io capivo cosa era, in terza media in uscite primaverili con la classe scolastica, si faceva il gioco della bottiglia. Io non partecipavo mai, non tanto per paura … ma ritenevo un disonore, se mi fosse capitato, di dover baciare chi non avrei mai voluto baciare, ugualmente imbarazzante dover baciare chi non ti vuol baciare! Lei fu consigliata e fornita di tutte le nozioni necessarie dalle solite amiche, che forse la spingevano e sostenevano in questa prima esperienza essendone curiose a loro volta. L’ho già detto: era una cosa alla luce del sole!

E cosí, prime prove … Non credo che ci si nascondesse per il volersi nascondere, mah!?!? a quell’etá  dove cerchi un poco d’intimità? Il portone di casa sua! Nei pomeriggi, in quella parte dell’anno, su dalla prima scala c’era una finestra in cui il sole irrompeva con una luce quasi bianca (chi conosce quelle case e quella in particolare, può dedurre che reano le 16/17:00 che il sole guardava dritto negli occhi delle finestre). La seconda scala forniva una parte del giroscale di una zona d’ombra ma illuminata, che rendeva l’aria fresca e piacevole. Quella luce accecante, trasformava ai miei occhi i suoi occhiali con montatura color dell’argento, in una corona posta sul suo viso.

Il cuore in gola! …  a me … a lei, … no! a tutti e due!!! le nostre labbra si sfiorano in un candido bacio tra bambini … ok! ok! … ci siamo, respiro profondo, mi avvicino la bacio sulle labbra un poco deciso e timidamente socchiudo le labbra … ee … niente! Tutto fermo!  Mi scosto e con il tono dell’ingenuitá mi esce un filo di voce: “Cosa c’é? ho fatto qualcosa che non va??” Lei si sbriga a rispondere  e rassicurandomi mi dice : “NO, no!… non hai fatto niente dimale… anzi!” Poi aggiunge ridendo “solo che…  A ME FA SCHIFO !” E GIÙ RIDERE ASSIEME!  Ci abbiam provato tante volte, ma quel bacio così, da adulti, non ci fu veramente mai. Il modo con cui mi diceva che le faceva schifo, era disarmante! chissa quanti in quanti discorsi (da adulto) mi son dilungato nel dire: “tranquilla non c’è fretta!” nominando il rispetto per la sua difficoltà e galanterie varie … per poi tornare a casa pensando con rammarico “anche oggi non ce l’abbiamo fatta”. Ma con una gioia nel cuore per l’esistenza di quella principessa, e gioia per me, ero così carino impacciato, ma soppratutto pieno di rispetto per lei!  Si! … il rispetto che le portavo era la vera cosa da ADULTO che avevo imparato! Adesso per le storie personali, le esperienze di vita ecc… ecc.. non saremmo nostri, ma allora mi sembrava possibile, capivo e rispettavo le difficolta di un Angelo, comparso nel temporale della mia vita!  la mia Principessa…

(anonimaspiazarolade)

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