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educazione di una canaglia

educazione di una canaglia

QT QuestoTrentino – n.10 ottobre 2011

con “San Bortol” sullo sfondo

Continuiamo a pubblicare i racconti dedicati al quartiere di San Bartolomeo donati da Nadia Ioriatti. I racconti sono piccoli spaccati di società trentina e si riferiscono al periodo degli anni Sessanta e Settanta. Sono stati pubblicati dalla rivista QuestoTrentino, ospitati nella rubrica “Piesse: Io Tinta di Aria” a cura di Nadia.

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Adolescente

Quando ho tolto gli orecchini d’oro a forma di fiorellino – mi avevano seviziato a nove mesi! – la mamma ha pianto tutto il pomeriggio. Quando poi ho sciolto i capelli, legati col fiocco sulla nuca come la Cinquetti, e fatto la riga in mezzo… giù altri pianti. Poco dopo è cominciato il divieto di uscire. “Perché non posso?” “Perché di no.” “Ma i miei fratelli possono!” “Loro sono maschi, tu devi stare in casa.” Dice che non si fida, che è pieno di pericoli e chiama “zinghene” quelle che si truccano, mettono la minigonna e vanno in giro con i ragazzi. Ma che male fanno? A me piacerebbe avere più libertà. Dovrebbe fidarsi di me, sono una ragazza seria.

foto di Nereo Pederzolli / QuestoTrentino

foto di Nereo Pederzolli / fonte: QuestoTrentino

La mamma ha il pollice verde e il soggiorno, col freddo, è pieno di piante fiorite o grasse. A scuola ho studiato la fotosintesi clorofilliana e so che le piante di notte consumano ossigeno ed emanano anidride carbonica. Sarà suggestione, ma mi sembra davvero di venir avvelenata nel sonno. Ma non mi ascoltano e viene tutto liquidato con il mio brutto carattere. Nessuna pianta è mai stata spostata, ogni anno crescono di dimensione e si moltiplicano per talea. Nulla contro di loro anzi, mi piacciono e ne metterò tante nella mia casa un giorno. In casa dicono che ho le manie.

Sul balcone del soggiorno molte di quelle piante trascorrono l’estate ed io respiro meglio. Ma viene messa anche la gabbia dei canarini. Come fa giorno, a poco più di un metro da me che dormo, iniziano a cantare svegliandomi puntualmente. Non hanno colpa anzi, è il loro lavoro. E poi siamo simili: indifesi e in gabbia. Basterebbe spostarli di balcone, ma forse chiedo troppo. Tanto tuonò che alla fine piovve. Stanca di non essere ascoltata e mai capita, ormai sveglia mi alzo prendo la gabbia e la porto nella stanza dei fratelli. Spesso grido facendolo e sbatto le porte. Poi per fortuna riprendo facilmente sonno, ma quando mi alzo sono intrattabile.

La mia libertà è chiudere la porta del soggiorno e divorare un libro dopo l’altro. Tutti quelli che mi prestano. In casa però dicono che a forza di leggere divento sempre più stupida. Ma loro cosa ne sanno? Mica mi entrano dentro! La mia libertà è cantare ad alta voce tutte le canzoni che voglio. Se non mi fanno tacere, vorrà dire che canto bene. Quindi magari nella vita qualcosa di buono la saprò fare anch’io.

O farò la fine di quel canarino che quando gli aprono la gabbia non vola via? Le sue ali sono atrofizzate. E – colmo dei colmi – è diventato vecchio, è senza voce e scrivere è il suo in/canto.

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Nadia Ioriatti

QuestoTrentino n. 5 – maggio 2009

Trincee

di Nadia Ioriatti

san bartolomeo quartiere

archivio "quei de san bortol"

L’odore di sommossa era nell’aria, penetrava acre nelle narici. L’altra metà di cielo premeva impaziente. Maschi e femmine eravamo sempre rigorosamente divisi: in classe, in chiesa, all’oratorio, in colonia e persino sulla corriera in gita. Ma a noi, adolescenti nel ‘68, gli anni tra il 1965 e il 1970 portarono molta tempesta. Senza averla seminata. Troppo maledettamente piccoli per partecipare, ed anche per beneficiare dell’inebriante ventata di libertà. Scuola e famiglia, per reazione, s’irrigidirono. Ma almeno loro, i sessantottini duri e puri, conquistarono un posto nella storia, mentre noi cosa eravamo? È seccante essere i fratelli minori, i maggiori non fanno che impartirti lezioni. Minori, ma non minorati!
Sempre divisi; fu quasi scandaloso alle medie trovarsi in una classe dove metà alunne studiava tedesco e l’altra metà inglese. Così, due ore in settimana, ci ritrovavamo nella stessa aula, ovviamente in bancate divise, con la classe maschile corrispondente. Due ore sufficienti per creare grande scompiglio ormonale, tra spinte, spintoni e occhiate. Un intero arcobaleno di occhiate. Da pesce lesso, furtive, incantate, maliziose. Noi femmine li studiavamo a distanza, i maschi, senza farci scoprire e mostrando indifferenza se invece se ne accorgevano. Loro si facevano beccare subito. Era il professore a richiamarli a gran voce, spedendoli fuori dalla porta. Tra noi, né cameratismo né complicità. Come potevamo socializzare, se neanche da bambini eravamo abituati a coesistere? Cominciare nella pubertà era impresa ardua.
Il professore applicava la strategia del terrore. I maschi – unico caso, a mia memoria, di loro svantaggio! – erano trafitti da voti irrimediabili. Uno o due, sia nei temi che nelle interrogazioni, dove per lo più facevano scena muta. Quando poi si rendeva conto che non solo non erano intimiditi dai suoi metodi, ma addirittura assumevano un’espressione strafottente, infieriva con offese ed epiteti indicibili. A casa erano increduli, quando raccontavamo quello che succedeva durante quelle ore. Donato, ragazzo di paese, alto e pieno di brufoli, ripetente più volte e alla sua ultima possibilità, perché poi lo avrebbero sbattuto fuori, si prendeva del “bovaro e nettacessi”. Uniche attività per le quali, quell’orribile professore diceva fosse portato.
E io? Per cosa ero portata io? Ero complessata e insicura. Mi sentivo goffa e mal vestita. Mi guardavo e mi sembrava di non riconoscermi: il mio corpo, passato dall’infanzia all’adolescenza in pochi mesi ed era motivo di grande preoccupazione. Né le amiche mi davano sicurezze, anzi. Loredana, la mia occhialuta compagna di banco, mi dimostrò di vederci fin troppo bene. Confessandomi, spontaneamente, che erano i capelli lunghi a farmi sembrar carina; se li avessi tagliati, nessun ragazzo si sarebbe più accorto di me. Sansone in minigonna? Tra i ragazzi delle medie mi piaceva Francesco, uno spirito artistico in erba, capace di emergere nella massa. Sicuramente di statura… ma in realtà era ancora bambino, più interessato a giocare a calcio che a quelle femminucce smorfiose. Cominciavano a girare le prime minigonne ed eravamo in molte ad arrotolare la gonna in vita in modo che si accorciasse. Avevo osato anch’io, quel giorno, e durante l’ora di tedesco i maschi l’avevano notata. Francesco, dalla fila opposta, mi stroncò subito, scandendo a mezza voce: “Hai le ginocchia da calciatore”. Forse per lui era anche un valore, ma confesso che non lo presi come un complimento. Piuttosto come l’inesorabile commento dei “vestiti nuovi dell’imperatore”. Eh… son cose che segnano l’adolescenza e dalle quali non ci si rialza più. Ci vogliono anni di analisi per riprendersi! Quelli come Francesco, senza saperlo, hanno dato lavoro a plotoni di psicoterapeuti.
Le perentorie raccomandazioni materne erano di fare la seria – mai ridere! – tener gli occhi bassi e non fermarsi per nessun motivo. Sì, perché abitavo vicino a una caserma e dovevo comunque passarci davanti per tornare a casa. Poveri ragazzi. Non se la passavano meglio di noi, anche loro vittime di pregiudizi. Se ti fermavi a parlare con un militare, eri una poco di buono. I militari “volevano solo quello”; e per giunta erano anche terroni! Ma a fischiare con due dita, quando passavo, erano tutti bravissimi. Liberatori fischi da stadio per sentirsi vivi durante la libera uscita in divisa, con l’umiliazione dei capelli rasati in anni in cui andavano di moda i capelloni. Per scordare che uscivano dalle trincee, tenacemente scavate dalle loro mamme, per finire dietro un filo spinato…

fonte: Questotrentino, nr 2, febbraio 2011

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Noi del confine

La strada dove abitavo da bambina, parallela al Rio Sale, era equidistante da due rioni della città: Bolghera e San Bartolomeo, e li divideva. Quartiere molto borghese il primo, operaio il secondo, dove l’unica licenza romantica era racchiusa nei nomi di alberi delle tre vie: Tigli, Olmi e Robinie. Era conosciuto anche per le palafitte e le americane – case popolari costruite con il piano Marshall – e definito Bronx, con il passar degli anni, per la concentrazione di problemi sociali mai del tutto risolti. Nella mia strada abitavano famiglie di professionisti e benestanti mescolate a famiglie d’impiegati e infermieri; per le prime la convivenza era spesso temporanea, giusto il tempo di terminare la costruzione della villa in Bolghera o nella prima collina.

Cominciai a uscire dal mio cortile per andare a scuola, alle elementari Fogazzaro, che raggruppava i bambini dei due rioni. Stare in classe era la cosa più bella del mio mondo, appartenevo a un gruppo di bambine tutte uguali, le differenze sociali nascoste da grembiule nero e fiocco colorato. Il primo giorno la mamma non mi accompagnò, il mio fratellino era nato da pochi mesi e comunque facevo la strada con il maggiore che andava in quarta. Finita la scuola, si giocava sempre nei pressi di casa, a tiro di voce dai propri genitori, la gran distanza tra la mia strada e i due rioni con lo smisurato metro dell’infanzia.

Iniziai ad avere sentore d’ingiustizia quando Luisa, la mia amichetta preferita, compagna di classe e di catechesi, che abitava nella mia stessa via, m’invitò alla sua festa di compleanno. Ero molto emozionata al pensiero della mia prima festa. Avevamo parlato per settimane dei giochi da fare e delle altre compagne invitate. Poi quella mattina a scuola, dispiaciuta, mi dice che non posso andare. “Ma perché?” chiedo. “La mia mamma non vuole… perché non puoi portarmi il regalo”. Ci rimasi malissimo, ero spesso a casa sua a fare i compiti e stavamo proprio bene insieme, Luisa era buona e simpatica. Però la sua mamma, austriaca, da un’altra stanza ogni tanto alzava la voce e le parlava a lungo in tedesco, con tono duro. Poco dopo Luisa mi diceva che era meglio andassi: il papà, dentista, stava tornando. Ma sulla porta la sua mamma mi salutava sorridente e qualche giorno dopo era lei a telefonarmi di andar da loro per fare i compiti con Luisa.

Avrei voluto raccontarlo ai miei genitori. Sentirmi rispondere: “Non sei tu a sbagliare, siamo noi a vergognarci della loro povertà di cuore”. Ma non dissi niente, perché allora nessun genitore era attento a queste cose, quello che ci succedeva era sempre colpa nostra e avrei rischiato un sonoro castigo. Senza l’aiuto di un adulto impiegai molto tempo a elaborare perché andassi bene per insegnare i compiti, ma non per partecipare alle feste. Innocente vittima dell’ipocrisia borghese da sorrisi di facciata e pugnalate alle spalle. Eppure bastava entrare nelle diverse case per cogliere il lusso e la povertà. O guardare l’unico cappotto sempre più corto e liso indossato da certe bambine. L’unico paio di scarpe sfondate che s’inzuppava di pioggia o neve e si asciugava nei piedi giorno dopo giorno.

Alle medie iniziai a sentirmi davvero a disagio: considerata troppi scalini giù da quelli della Bolghera, per giocare nei loro giardini recintati, partecipare alle loro feste, andare in vacanza nelle loro case in montagna. Troppi scalini su per quelli di San Bartolomeo, con i quali mi ero persa la vita in strada, l’amicizia e la complicità dell’esser ugualmente disagiati. Da adolescente il quartiere di San Bartolomeo divenne così malfamato da essere imbarazzante dire di risiedere in quella zona. E doveva sempre seguire la chiosa: via Chini è strada di confine, il Bronx comincia da lì in poi. Con gli anni Settanta fu soprattutto la droga a trovare terreno fertile fra molti che erano alle elementari con me e che, purtroppo, furono tra le prime vittime in città. Sicuramente entrò anche nelle belle case col recinto dei ricchi. Ma fece meno, molto meno rumore.

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di Nadia Ioriatti

articolo pubblicato su QuestoTrentino, n. 2/2010

http://www.questotrentino.it/qt/?aid=11669

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