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PIONIERI DI FISICA… (parte 2)

Esistevan dei giochi con cui si aveva un appuntamento con scadenze dettate dalla natura. In primavera ai primi caldi e quando la natura si risveglia era il momento giusto per costruirsi una ”Fionda”, gioco affascinante nella ricerca del pezzo di ramo con cui costruirla. Alle spalle di San Bartolomeo c’era un bosco che, credo, sia stato del cosiddetto “Rossi bacan” (contadino), che più di una volta aveva rincorso gli intrusi nel bosco, ma da quando aveva smesso d’imbracciare la doppia caricata a sale col cacchio che beccava qualcuno.

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Il bosco sulla carta, di diritto, era suo ma di fatto erano i bambini i veri proprietari e sherpa del posto. L’abbandono a cui era lasciato e lo scorrazzare dei bimbi avevano dato forma ad un groviglio di passaggi, cunicoli fra i rami, era un fiorir di capanne, a terra ma pure sugli alberi, anche a tre metri d’altezza. La distruzione di una capanna altrui, t’iscriveva d’ufficio nella lista dei ricercati “dead or alive”, e la ricerca si protraeva fino al ritrovamento del colpevole. La cosa veniva regolata come nel Far West, un duello con spettatori (e così si affinava la tecnica del combattimento corpo a corpo), altro che palestra e doping , ginnastica su e giù per il bosco e la forza dei leoni giovani!

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Ritornando alla fionda: la scelta del ramo occupava anche un pomeriggio, si giudicavano i rami da usare secondo regole tramandate dai più grandi ed aggiungendo la propria esperienza. Dopo aver reciso il pezzo di ramo te lo portavi a casa, il lavoro era lungo… ed era sempre meglio non farsi trovar dal proprietario del bosco con i rami spezzati in mano, avresti dovuto abbandonar l’artiglieria e correre a perdifiato!
Cominciava il lavoro del “spiazarol”: trasformar quell’incrocio a V dei rami in quella che doveva esser la ”tua fionda“.

La preparazione durava dalle ore a qualche giorno, i più bravi ne abbellivano l’impugnatura con intarsi, si bagnava il legno per poi farlo asciugare (una specie di stagionatura del legno accellerata). La si costruiva bloccando, con una miriade di elastici piccoli, l’elastico principale, che trapassava un rombo di pelle, che serviva da postazione di lancio del sasso. La FIONDA veniva portata infilata in una delle tasche posteriori dei pantaloni come fosse la tua Colt 45 da quel momento … “attenzione il ragazzo gira armato”.

Dopotutto a San Bartolomeo prima conoscevi le armi poi “cadevi dal pero” dicendo “Aaaaaaah… ci vuole il porto d’armi !?! Ma San Bartolomeo era a porto d’armi libero e le ”fionde” dei spiazaroi erano le armi meno pericolose!

Viva “I Spiazaroi de san Bortol” !!!
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(anonimaspiazarolade)

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continua, parte 1

LA MAMMA DEL MICIO DECISE DI ABBELLIRE I GIARDINI…

..figuriamoci se nelle aiuole che circondavano le palafitte cresceva l’erba…. eravamo dei piccoli Attila…. erba non ne poteva crescere…. o che si giocava a calcio…. e sulla strada, tanto macchine non ne passavano, e tra le aiuole… o si giocava a biglie…. scavando tortuosi fossetti e buche ovunque… o che si nascondevano i tesori….ed i buchi divenivan voragini…. ah ah ah… ma un giorno la mamma del Micio decise che era ora di far crescere l’erba…. ed eccola borsa di plastica in mano e coltello…. dirigersi verso la zona in fondo al rione…. verso viale Verona. Ogni mezzora la si vedeva tornare con il suo bottino pesante…. zoppe… andava a cercar zoppe…. le cavava con il coltello… alle altre aiuole più fortunate…. e poi giunta alla sua le riappoggiava a terra, nella speranza che l’erbaccia attecchisse…. ovvio che ci proponemmo subito volontari ! …tutti ?…. tutti tutti !!!!….. ah ah ah…. immaginateli tu, un centinai di bamboccetti scalmanati, armati di qualche bastoncino a cavar zolle di terra per il rione…. ah ah ah …. in meno di mezza giornata, Attila poteva sparire dalla vergogna al nostro cospetto…. nulla poteva più crescere da dove eravamo passati… per mesi ormai…. ma la casa della mamma del Micio, adornata di zolle, era fantastica!!…. Oddio, a guardarla bene, un pò di mal di mare ti veniva…. ah ah ah…. le gobbe del prato, davano alla prospettiva un che di onda marina impazzita…..

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san bartolomeo quartiere

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Nacque così, la voglia di giardinaggio nel rione. Andammo avanti per qualche settimana a rubarci le zoppe a vicenda, palafitta contro palafitta…. di notte, appena le mamme erano andate a dormire….. ma compreso che non c’era modo di venirne a capo, decidemmo di giocarci…. e le zoppe divennero armi micidiali, da lanciarle addosso al nemico di turno, che osava sfidarti…… la mattina, terra, zoppe, ovunque…. un macello….. ah ah ah ah….. e la mamma del Micio si arrese….

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( Roberta )

IL CILIEGIO MAGICO E LE FORMICHE ROSSE

Sembra quasi un titolo di una favola per bambini …  sembra quasi una leggenda tanto folle può esserne il ricordo … a San Bartolomeo negli anni Settanta questo ed altro.

L’albero era un normalissimo albero di ciliegie … e noi dei normalissimi marmocchietti. Dove stà la magia? vi chiederete … ora ve la racconto.

L’albero di ciliegie non era nel rione, ma in una campagna privata sovrastante il quartiere. Il terreno su cui cresceva l’albero era dislocato ben più in alto dello spiazzo al quale noi bimbetti avevamo accesso. Albero era alto alto … i bimbetti piccoli piccoli, come le formiche appunto. Perchè rosse? perchè eravamo tremendi … ah ah ah ah … non ci fermava nessuno … figuriamoci doverci arrampicare sul muricciolo e sulla rete a protezione che delimitiva la campagna, scavalcatola si doveva guadare una piccola roggia, che per l’età che avevamo, tanto piccola non sembrava: essendo limacciosa, piena di alghe e tonda nel fondo era oltremodo pericolosa non solo per bagnarsi ma anche per slogarsi qualsiasi giuntura. Guadata la roggia ed arrivati nelle campagne sovrastanti eravamo in vista dell’albero da “violare”. Arrampicarsi, con i pantaloncini corti, pieni di alghe e bagnati, non era un’impresa facile. Ma giunti alla meta, sopra i possenti rami, tra le ciliegie, sembrava di essere in paradiso.

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Ma come in tutti i videogiochi moderni, anche allora c’era da completare lo schema in un tempo ben stabilito, altrimenti time-out … ah ah ah ah … il nostro “timer” era il contatino proprietario della campagna, “el bacam”!! … lui, il terribile, sapeva … intuiva … ed aveva il fucile caricato a sale sempre pronto.

Tutto aveva una gerarchia, come nel regno animale … i più grandi e temerari scavalcavano, guadavano, e spaccavano via rami giganteschi, ma così giganteschi che al finire di ogni estate non ne restava che il tronco di quel povero ciliegio … e poi una volta che il ramo cadeva i più svelti sotto e viaaaa a prendere il gigantesco ramo e trascinarlo velocemente fuori dalla portata del fucile … e dietro i più piccoli a raccattare ciliegie che rotolando si staccavano dai rami offesi….. non rimaneva foglia a terra, né traccia alcuna Il contadino alla finestra, che continuando a urlare, inseguiva con lo sguardo gli ultimi eroi che scendevan dall’albero … che mal di pancia le scorpacciate di ciliegie …ah ah ah ah… e l’albero magico ad ogni inizio estate ricresceva più grande di prima.

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Roberta C.

SPIAZAROI e MOTORI

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Con il sopraggiungere della primavera, arrivava la stagione delle biciclette per i più piccoli… e dei motorini… per i più “spizaroi”.
All’epoca dei fatti che vi sto raccontando io ero ancora nella fase delle bici. Ma persone come “il Rigel” e altri smanettavano già tra caballero 50cc. Beta50 , e Simonini motore sachs … ( un mostro).
C’erano dai vecchi modelli di carburatori da 19 con filtro a tromba, ai 28 e 35 da paura! Logico: i collettori tutti fresati , i getti del carburatore sostituiti , anche i cilindri si fresavano … lavori degni di un’alta scuola. Impennare e stare in equilibrio come “Pino dei palazzi” davanti alla pula , era il Bonus massimo. Per ora io ricordo l’episodio più simpatico di quelli che ho visto … ma sarebbe il “Rigel” che dovrebbe raccontare delle scorribande in motorino da cross, ne sa più di me! Io ricordo un episodio in particolare e solo uno dei protagonisti, che era anche “ospite” molto discusso. Era del quartiere di Madonna Bianca e si chiamava Enrico, ma avendo una spiccata passione delle spiazarolade con quella del motorino, in san Bartolomeo, trovava amici e seguaci…
Truccava il motore in modo templare… aveva un cavallo sotto, ed essendo molto grande lo maneggiava con disinvoltura. Quella volta ne aveva uno colore “verde schifo scuro” un pò lucido o metallizzato…
I vigigli abbandonate le vecchie FIAT 124/5 e prima delle FIAT Ritmo , erano stati forniti delle FIAT 500 con quel colore dissenteria tra giallo scuro e verde giallo avariato…
Devo dire che prima si doveva correre per scappare dalle pattuglie … ora era solo una scorribanda veloce tra le vie Tigli e Robinie, nella zona più bene (via Olmi) non erano cosi pesanti i contrasti, con le forze dell’ordine. I vigili erano ripiegati come origami da aprire, nelle piccole Fiat 500 (nessuno le comprava più e lo stato aveva sistemato i fondi di magazzino della FIAT) la grande Italia assomigliava a una certa San Bartolomeo.

Quel giorno fu Enrico a dar spettacolo e i vigili a far da spalla. Corsero per le vie per i soliti 10/15 minuti e stavolta fu Enrico che riusci a doppiare la piccola pattuglia e quando si trovò a fianco della FIAT 500 impennò con la sigaretta in bocca e i soliti zoccoli ai piedi seminando i vigili come se fossero tartaruge, gridando : “Ciao , vago a Magnar”, e via…..

Non riesco a capire questi inseguimenti a tutto gas per le vie di un rione popolare, pieno di bimbi e famiglie, che metteva solo a rischio i residenti, bastava andassero a casa di Enrico e lo aspettassero… oggi ci sarebbe il cellulare e basterebbe convocarlo, invece i Vigili sapevano nomi cognomi, e residenze di tutti! in quegl’anni si entrava nell’anonimato solo per la guerra terroristica.

Ora molti di quei vigili staranno chiudendo la carriera o sono in pensione … e mi chiedo : “potrebbero chiedere un’indennizzo per lo stress subito in quelle pazze corse!? per poi essere lasciati indietro da uno dei tanti “spiazaroi”….e quindi stress accumulato… ma chi pagherebbe San Bortol???… non fatemi ridere ! Ciaooooo

(anonimaspiazarolade)

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Quando ” EL RIGEL” ARRIVAVA  spettacolo gratis per tutti e tutti facevano il tifo per Roberto …

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QUANDO L' IKEA NON C'ERA.

Quando l’ Ikea non c’era… A San Bartolomeo era un pullulare di commercio, il piccolo quartiere era popolato!!!! L’ENTE CONSUMI, IL PANE, IL DARIO de la verdura, la Bruna (parrucchiera), la macelleria, l’altro negozio panetteria, el tabachin, el Renzo de la verdura, EL PEGORARO, le “mode” ADRIANA e il bar Dimitri, poi divenuto Loris (Pasquali); tralascio via Olmi e vi parlerò del perché nella nota sottostante.

san bartolomeo quartiere di Trento

Il bar “Mirko”, poi “Daniela” ed ora “Flambart” è arrivato dopo, ma con tutte le carte in regola per San Bartolomeo, i primi due proprietari, dopo un periodo, vennero arrestati: stampavano soldi in cantina del bar. Non ricordo molte disapprovazioni per la coppia, ricordo che molti dissero: “se ‘l saveven… en giro en cantina el feven!”, ma erano battute da tavolini del bar. I ladri di san Bartolomeo vivevano con dei “codici di comportamento”: non rubare nel tuo rione e… cerca di rubar ai ricchi. Infatti non furono nativi di san Bartolomeo a svaligiare le cantine adibite a dispensa, che per certe famiglie averle era un orgoglio: permettersi la dispensa, dopo aver passato una dura infanzia sotto la guerra. Ma sorvoliamo (reati prescritti).

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Ho sempre pensato a san Bartolomeo come un rione diviso in settori sociali, nella foto sopra vedete la prima grossa “trance” di quello che era stato costruito. A parte delle prime due case rosse e la casa della Questura che era già presente, nella foto mancano le case della gente evacuata dalle Androne di Trento, dietro le mura di piazza Fiera. Nella foto manca anche la casa della “Posta” via Tigli 8, il 34 di via Robinie e tutta via Olmi.
Via Tigli e via Robinie erano delimitate dalla roggia (“roza”), quasi una separazione di sicurezza… le case a sud della roggia erano tutte private, gli abitanti di via Olmi erano i nemici da sfidare a con la cerbottana (“pive”).
Gli appartamenti di via Tigli: un vero alveare! Dei buchi popolari, locali piccolissimi con famiglie erano composte da tre persone e potevano arrivare a 7 persone. Via Robinie erano già più vivibili, più metri calpestabili, credo 96 mq. Via Olmi e le altre della “posta” erano più confortevoli, il 34 di via Robinie era l’ unico dotato di porta in ferro con apriporta automatico elettrico (LE ALTRE CASE?… ERA MONTATO L’APPARATO MA NON FUNZIONAVA).
Con questo non voglio dire chi era ricco o povero, perchè alla fine ci si mescolava, ma ho sempre avuto dei sospetti su questa divisione a compartimenti.
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Credo che ognuno di noi abbia vissuto in diverso modo il rapporto con i negozianti. Io ricordo di più il Tabacchino (sali e tabacchi). Una Signora “a modo” che successivamente si spostò in un chiosco davanti al ristorante “Vecchia Trento”. Il marito lavorava come controllore sugli autobus dell’Atesina.  Un giorno salgono sull’autobus tre militari squattrinati, non avevano fatto il biglietto, ed il marito della tabaccaia, era salito … stava strigliando i tre giovanotti a dovere !
Io, allora sedicenne, intervengo e dico: “Daiiii, anche tu conosci San Bartolomeo ed il distretto!! Sono solo dei giovani militari … Lasciali stare!”. Lui si arrabbiò smisuratamente con (lui mi chiamo così) il “piccoletto”. Siamo nel periodo ‘77  in piena rivolta nervosa proletaria … quindi ho solo aggiunto: “Vuoi scendere al palazzo della Regione che facciamo i conti per il piccoletto???” Lui mi disprezzò dicendo: “Sì certo che scendo!”…eh,eh,eh … Era caduto nella trappola, sapevo che alla Regione c’erano i suoi colleghi che salivano e scendevano dagli autobus e che erano controllori anch’essi, sapevo che accettava la sfida sentendosi sicuro… Scendiamo e lo esorto a dirmi “piccoletto” ancora! Lui lo fà guardandomi dritto negli occhi dall’alto verso il basso (era più grande di mio padre). Io rispondo: “E tu sei un figlio di PU…..”. I colleghi ridevano della scena, lui s’inalbera e cerca di colpirmi con una testata…
Uno dei colpi più offensivi e finali (ti rompono il naso e si ferma tutto perchè soffri come un animale…).
Grosso errore giocare sporco con chi veniva dalla formazione di San Bartolomeo.
Mi accorgo della “tramvata” di testa e mi scosto di 30 cm. Lui abbassa la testa a portata di destro … risultato: 8 punti alla sua arcata sopraciliare, sangue dappertutto e fuga precipitosa tra le risa dei suoi collegh … ih,ih,ih il nanerottolo aveva picchiato duro! Tempo dopo ho ricevuto i complimenti anche dal figlio, che avrei conosciuto più avanti al bar “Scaletta”. Il tipo a casa aveva raccontato di esser scivolato sugli scalini dell’autobus e la moglie (quella del Tabacchino) aveva ironizzato in casa dicendo: “Avrai rotto a qualcuno di sbagliato e per il motivo sbagliato!” E giù a ridere con il figlio. Lui, il controllore, non mi ha mai denunciato pur sapendo nome ed indirizzo… forse mi dava ragione pure lui….

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Tornando a San Bartolomeo, poi nelle vicinanze c’era il Renzo della verdura … ed il “Pegoraro” IL TERRORE DI TUTTI I BAMBINI !!! Usava le macchinette per le pecore: ti rasava, non ti faceva l’acconciatura! Comodo per le famiglie, soprattutto diradava la spesa per i capelli rasandoti. Quando a casa mi dicevano : “doman te vai dal Pegoraro!!!” pensavo sempre: “Merda … ancora!!!”.

Poi ricordo il “Pane” di via Robinie… Ho anche rubato un cannolo alla crema e una di quelle fantastiche “FIAMME”. Cosa che non ho ripetuto, perchè l’Annalisa era veramente una brava ragazza  e pure quando lei si assentava, io la chiamavo “Annnnnaaaalisaaa!!!” cosi mi controllavo! Poi c’era il Dario della Verdüra (la Ü di gemüsesuppe) e l’ENTE CONSUMI di Bendinelli quello che oggi a casa mia sarebbe una “Boutique”di alimentari (infatti era chiamato con il nome generico di “Alimentari”). Quando ti affettava la “Bondola” (Mortadella), spingendo verso la lama un bella pezza … ti raggiungeva addirittura il profumo … poi quel:”zingggg…zingggg…” che ascoltavi accompagnato da una maestria nel prendere la fetta e disporla sulla carta oleata. Il Bendinelli era degno del Diploma di “Mastro” affettatore . Oggi, spesso, i salumi si comprano affettati in un’asettica busta.

Non posso far finta di niente…. C’era altra attività commerciale a San Bartolomeo: l’intrattenimento erotico. E  pure qui San Bortol era stato prolifico… c’erano almeno 4/5 esercitanti l’attività, qualcuna non originale del rione ma solo ospitata, ma comunque il settore più redditizio dopo quello del furto!

(anonimaspiazarolade)

SE NO' TE ME RIDAI EL BALON TE SPACO I VEDRI CON 'NA SASADA!!!

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“Se non mi ridai il pallone ti rompo i vetri con i sassi” …  in questo modo ti veniva gentilmente chiesto di restituire il pallone finito sul poggiolo (anche del quarto piano come quello della famiglia Voltolini), dai “smargeloni de boci” che giocavano in cortile sotto il cartello: VIETATO IL GIOCO DELLA PALLA E DEL PALLONE ! (una vergogna di divieto). Questa era SAN BORTOL, noi Boci eravamo tantissimi e almeno stavamo sotto casa! (o vi piace l’atmosfera “cimitero” di adesso ??).

In Quei Tempi su tutte le case c’era il cartello con il monito: “Vietati il gioco della palla e del pallone”, così dappertutto si giocava alla palla ed il pallone. Per le bimbe il gioco che andava, nel periodo storico di cui parlo, era “palla 9″, la “tiritera”, “ïl mio cuore si muove”, “9 x 9″ e poi “madrebadessa” oppure quello dell’elastico tenuto teso e saltando formavi figure geometriche con l’elastico.

Prima dell’avvento e comunque prima che i paracarri di metallo fossero messi lungo via Robinie a difesa degli alberi (credo ci siano ancora) si giocava usando per “porta” le mura delle case :-)  e quasi sempre non la propria! Logico che gli abitanti dei primi piani, hanno stabilito subito un rapporto fatto di “ringhiate” più che di comunicazione. Ma noi non potevamo andare tanto per le lunghe, squadre fatte: Si gioca! Ed il rione era il nostro stadio! I Bortolotti (civico 36) della mia casa erano martellati dal gioco delle femminucce mentre quello di fronte (il 28) aveva una parete che si prestava in modo perfetto anzi quando arrivò il metano la tubazione ci fornì un palo “naturale”. A dir la verità capisco che a volte si tirava così forte su quella facciata che era anche fatta di mattoni forati comuni, che credo da dentro era come stare in una grancassa.

A volte il pallone finiva sui poggioli delle case. Nel 28 di via Robinie c’erano più balconi “a rischio” ed uno era verso la metà dell’altezza della casa, ma non ne ricordo il cognome. Un pomeriggio tardo prima di cena si stava giocando proprio nel cortile davanti a casa mia… e qualcuno spara il pallone che s’intrufola su quel poggiolo. Dal solito vociare di festa di tutti noi si passa ad un mugugno smorzato … sapevamo che i problemi cominciavano. Non passò molto che il tipo (il capo famiglia in persona) si presentò sul poggiolo e senza nemmeno ascoltare… e giuro che gli si stava chiedendo rispettosamente scusandoci (sapevamo che altrimenti, avremmo scatenato una lite, era stupido attaccare per primi!). Ma lui sbraitò qualche cosa e confiscò il pallone dicendo che lo avrebbe bucato e sbattè la porta del poggiolo! Era andata di merda! Idea!!!! Corro ai campanelli e suono il campanello dell’interessato in modo molto nervoso, della serie “o rispondi o continuo a suonare”. Finalmente rispondono e io spiego conciso “Se buchi il pallone, saltano i vetri delle tue finestre!”.  Il messaggio era chiaro nel gergo di quei tempi perchè “en spiazarol”, oltre che saper fare le “pive per le cannette”(il gioco della cerbottana), doveva avere anche una mira accettabile, che veniva tenuta viva nei periodi senza le cerbottane con il lancio dei sassi. Le sassaiole tra vie diverse non ditemi che nessuno le ricorda !

Dopo aver cercato un dialogo al citofono provo gridando nel giroscale la mia minaccia e corro nuovamente sotto il poggiolo e per la terza ed ultima volta grido ancora. Tutti guardavano … mi ero forse esposto un pò troppo? Raccolgo un sasso e lo lancio in direzione del poggiolo. In brevissimo tempo il pallone arrivò nel piazzale come d’incanto ed era sano e salvo! Urlo di vittoria generale e via, a giocare ancora. Non ricordo molto bene come andò quando tornai a casa …  ma ne era valsa la pena … abbiamo finito la partita!

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(anonimaspiazarolade)

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MARCELLINO … UN NOSTRADAMUS a San Bortol

Marcellino abitava al 36, arteriosclerosi e alcool avevano messo un muro tra il mondo e lui …  ma forse era solo quello che tutti credevamo. Marcellino in San Bartolomeo ci stava bene, ribelle fine alla morte. Reduce di guerra … trasandato, ma avrei voluto veder gli altri al suo posto. Marcellino aveva la sua “dolce metà” Emma. Marcellino adorava le donne galiziane … “tutte tettone” diceva. E negli anni l’ho sentito dir da altri, che in Galizia era andato per vacanze… Marcellino non credo fosse stato in “ferie volontarie” in Galizia … ma almeno era tornato vivo!

A Marcellino vanno le mie scuse e spero quelle di altri bimbi. Non tanto per le stupidate, ma per quelle volte che gli rubavamo il cappello. Condizionati dal modo di vedere Marcellino dei grandi trattavamo irrispettosi quel povero vecchio. Ok era un pochino pazzo! Per esempio quando cominciava a lamentarsi come un bimbo per il suo cappello … in quel momento capivamo che era sbagliato quello che facevamo. E c’era sempre qualcuno che riportava il cappello nelle sue mani. Lui ti sorrideva …  aveva perso tutto … aveva perso se stesso e la mente, ma il suo cappello era una cosa inseparabile per lui. Marcellino non portava rancore, aveva altro da fare nella sua confusa vita! Marcellino era un vero “spiazarol” sovversivo! Passeggiava per le vie del rione gridando a squarciagola : “PORCA ITALIA!…  PORCA ITALIA” !!!  Non vorrei sbagliarmi, ma in quei momenti tante persone erano d’accordo con il significato di quelle urla!  E al giorno d’oggi avrebbe molti “fans” in Italia!  MARCELLINO VEDEVA NEL FUTURO: “PORCA ITALIA”!!!

(anonimaspiazarolade)

PIONIERI DE FISICA TRA BALOTI E POZZANGHERE DE SAN BORTOL … ALTRO CHE PLAY-STATION (part 1)

spiazaroi a San Bartolomeo

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San Bartolomeo è nata senza asfalto … ma che dico? San bartolomeo é nata senza macchine! Sono venuti, hanno eretto le case a scaglioni di tempo. Dopo l’erezione delle case le strade erano rimaste per anni in terra battuta anche dopo la comparsa delle automobili.

San Bortol era sempre l’ultima… la vicina Bolghera era trattata con i guanti bianchi, L’OPPOSTO ERA PER SAN BORTOLAMEO. Le strade erano di ghiaone battuto e con l’apparizione delle prime macchine si formava un polverone da far-west in estate e una palude quando pioveva. Allora i giochi elettrici che io conoscevo erano “il trenino LIMA” e i primi Robot a pile. Quindi i giochi s’inventavano … Dopo le grandi piogge primaverili che davano vita a gli alberi (che sarebbero diventati case per i maggiolini) rimanevano pozzangherine, pozzanghere e pozzangherone! In quelle più grandi, che nessuno attraversava pena il grido della mamma “A CASA!”, si incastonava un gioco che s’ispirava alla legge fisica “OGNI AZIONE PRODUCE UNA REAZIONE”, al momento non ricordo se l’ideatore è la stessa persona della “relatività del tempo”… (ih,ih,ih, non ho studiato). Se lanciavi un sasso grosso e tondo, possibilmente al centro della pozzanghera, provocavi un’onda che andava e tornava, dal centro a riva e ritorno. Un effetto ottico che agli occhi di un bimbo era favoloso.
Qualche inconveniente succedeva…
Una volta facendo questo gioco con L. Emma di via Robinie 26, il sasso mi scivolò dalle mani e lo colpì in piena fronte, sangue a dirotto!
Devo ringraziar L. EMMA che disse la verità, che era solo un’incidente … altrimenti ne prendevo una montagna di battipanate ! Grazie L. EMMA (corelo ancora en moto???)
(anonimaspiazarolade)

DUELLO IN TRASFERTA… San Bartolomeo sfida San Giuseppe.

Immagine anteprima YouTube

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( ih,ih,ih,ih,ih) Questo video mi ricorda quando a Franco G. gli viene rotto il naso da Stefano L. di San Giuseppe, al campo da ghiaccio.

Il pomeriggio dopo, lui, Franco, che era 20 cm più alto di me, venne e mi disse: “guarda, mi ha rotto il naso a tradimento, mentre stavamo parlando, improvvisamente, mi ha dato un pugno in pieno viso con i guanti rinforzati da moto, ed io… k.o.!”
Dopo averlo ascoltato gli dico: “Ok!!! Vuol dire che stasera tu torni a pattinare… ma stavolta con me!!!”.

Da notare: la mamma di Franco consigliava sempre a suo figlio di non frequentarmi, cosa che spesso non accadeva!

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Così io, Franco ed altri 3 o 4 (in san Giuseppe erano pure in molti ed eravamo in casa loro; qualcuno che ti guarda le spalle faceva comodo) entriamo nel campo da pattinaggio e pian piano la discussione tra i 2 quartieri inizia! Arriviamo ad un accordo: quando chiude il campo ci si vede fuori.
Io ed il feritore Stefano L. siamo fuori, alle mie spalle ho il mio amico per la vita C. … posso star tranquillo, niente vigliaccate!
Si era formato un cerchio, forse con più di 50 spettatori. Nel centro io e Stefano L. passeggiamo in cerchio guardandoci negli occhi e preparandoci allo scontro. Il Turri, il Celva, anche loro “tremendini”, si son prodigati a dar consigli. A me il Turri si avvicina e mi dice con complicità : “occhio! Stefano picchia quasi come me… stai attento!”.
Lo sfidante s’infila i guanti da moto (errore gigantesco scoprir le carte prima di un combattimento!!!). Tra l’incitamento della folla Stefano commette il secondo errore madornale… usa la stessa tecnica spiegatami da Franco. Nel bel mezzo del parlare sferra il pugno diretto al mio naso… una mano, la mia, ferma quel pugno a 5 cm. dal mio naso, il corpo mio era pietra ripiena di adrenalina, le orecchie mi fischiavano. Poi, dopo il bloccaggio, fu una caterva di botte, finchè non avevo più fiato!!! Stefano cade! Ed io mi rivolgo al pubblico e dico ridendo: “Guarda Turri!!!! Ora è il tuo turno!”.

Scherzavo, con Turri ero amico.
OK!!! Missione compiuta, San Bartolomeo ha lavato l’onta con il sangue.”Guerrieri, tutti a casa ora!!!”
Il giorno seguente ci recammo di nuovo a pattinare per suggellare la nostra supremazia.
Mentre mi mettevo i pattini s’avvicina Stefano L. recriminando che gli avevo spostato il naso! Io ho chiuso subito il discorso: “Ricorda che non ho finito il lavoro, se vuoi continuiamo dopo aver pattinato, così te lo rompo del tutto!”.
Ci lasciarono in pace e alla sera ci lasciarono andar via senza avere ultiriori screzi.

Ora i BULLI se la prendono con i più deboli, a San Bartolomeo allora I BULLI DIFENDEVANO I PIÙ DEBOLI.

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Noi del confine

La strada dove abitavo da bambina, parallela al Rio Sale, era equidistante da due rioni della città: Bolghera e San Bartolomeo, e li divideva. Quartiere molto borghese il primo, operaio il secondo, dove l’unica licenza romantica era racchiusa nei nomi di alberi delle tre vie: Tigli, Olmi e Robinie. Era conosciuto anche per le palafitte e le americane – case popolari costruite con il piano Marshall – e definito Bronx, con il passar degli anni, per la concentrazione di problemi sociali mai del tutto risolti. Nella mia strada abitavano famiglie di professionisti e benestanti mescolate a famiglie d’impiegati e infermieri; per le prime la convivenza era spesso temporanea, giusto il tempo di terminare la costruzione della villa in Bolghera o nella prima collina.

Cominciai a uscire dal mio cortile per andare a scuola, alle elementari Fogazzaro, che raggruppava i bambini dei due rioni. Stare in classe era la cosa più bella del mio mondo, appartenevo a un gruppo di bambine tutte uguali, le differenze sociali nascoste da grembiule nero e fiocco colorato. Il primo giorno la mamma non mi accompagnò, il mio fratellino era nato da pochi mesi e comunque facevo la strada con il maggiore che andava in quarta. Finita la scuola, si giocava sempre nei pressi di casa, a tiro di voce dai propri genitori, la gran distanza tra la mia strada e i due rioni con lo smisurato metro dell’infanzia.

Iniziai ad avere sentore d’ingiustizia quando Luisa, la mia amichetta preferita, compagna di classe e di catechesi, che abitava nella mia stessa via, m’invitò alla sua festa di compleanno. Ero molto emozionata al pensiero della mia prima festa. Avevamo parlato per settimane dei giochi da fare e delle altre compagne invitate. Poi quella mattina a scuola, dispiaciuta, mi dice che non posso andare. “Ma perché?” chiedo. “La mia mamma non vuole… perché non puoi portarmi il regalo”. Ci rimasi malissimo, ero spesso a casa sua a fare i compiti e stavamo proprio bene insieme, Luisa era buona e simpatica. Però la sua mamma, austriaca, da un’altra stanza ogni tanto alzava la voce e le parlava a lungo in tedesco, con tono duro. Poco dopo Luisa mi diceva che era meglio andassi: il papà, dentista, stava tornando. Ma sulla porta la sua mamma mi salutava sorridente e qualche giorno dopo era lei a telefonarmi di andar da loro per fare i compiti con Luisa.

Avrei voluto raccontarlo ai miei genitori. Sentirmi rispondere: “Non sei tu a sbagliare, siamo noi a vergognarci della loro povertà di cuore”. Ma non dissi niente, perché allora nessun genitore era attento a queste cose, quello che ci succedeva era sempre colpa nostra e avrei rischiato un sonoro castigo. Senza l’aiuto di un adulto impiegai molto tempo a elaborare perché andassi bene per insegnare i compiti, ma non per partecipare alle feste. Innocente vittima dell’ipocrisia borghese da sorrisi di facciata e pugnalate alle spalle. Eppure bastava entrare nelle diverse case per cogliere il lusso e la povertà. O guardare l’unico cappotto sempre più corto e liso indossato da certe bambine. L’unico paio di scarpe sfondate che s’inzuppava di pioggia o neve e si asciugava nei piedi giorno dopo giorno.

Alle medie iniziai a sentirmi davvero a disagio: considerata troppi scalini giù da quelli della Bolghera, per giocare nei loro giardini recintati, partecipare alle loro feste, andare in vacanza nelle loro case in montagna. Troppi scalini su per quelli di San Bartolomeo, con i quali mi ero persa la vita in strada, l’amicizia e la complicità dell’esser ugualmente disagiati. Da adolescente il quartiere di San Bartolomeo divenne così malfamato da essere imbarazzante dire di risiedere in quella zona. E doveva sempre seguire la chiosa: via Chini è strada di confine, il Bronx comincia da lì in poi. Con gli anni Settanta fu soprattutto la droga a trovare terreno fertile fra molti che erano alle elementari con me e che, purtroppo, furono tra le prime vittime in città. Sicuramente entrò anche nelle belle case col recinto dei ricchi. Ma fece meno, molto meno rumore.

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di Nadia Ioriatti

articolo pubblicato su QuestoTrentino, n. 2/2010

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