racconti Archive

Toni Ippolito, cantante e musicista di san Bortol

All’età di 15 anni forma il suo primo gruppo insieme ai «Boci» di San Bartolomeo. Con lui suonano Michele Ferruzza alla batteria, Attiglio Margoni e Carmelo Fimognari alle chitarre e Italo Dallago al basso.
Iniziano qui le speranze di emergere di cinque ragazzi di un rione che a quel tempo dava poche possibilità a chiunque di ritagliarsi una piccola fetta di successo.

san Bortol rock

Leggi tutto l’articolo de l’Adigetto dedicato a Tony Ippolito che è stato anche l’animatore anche dell’ultimo concerto dedicato al quartiere San Bartolomeo in collaborazione con Opera Universitaria, Circorscrizione Oltrefersina e Portobeseno.

Quei_de_San_Bortol

educazione di una canaglia

educazione di una canaglia

QT QuestoTrentino – n.10 ottobre 2011

Beata innocenza

di Nadia Ioriatti

Erano anni mistici per me bambina delle elementari. Avevo fame di sapere, molta fantasia e pochi stimoli intorno. La mamma non mi aveva mandata all’asilo, primo perché era lontano, secondo perché si pagava qualcosa e allora lei metteva quei soldini nella mia musina. La mia eroica mamma! Con quella perfida figlia che non avrebbe risparmiato sull’asilo! Aspettavo con trepidazione di cominciare la scuola, che infatti mi incantò: tutti i dieci in pagella per cinque anni erano il risultato del mio attaccamento viscerale.
Insieme alla scuola si cominciava il catechismo, altra occasione per socializzare e poi, dove poteva mai andare una bambina in quegli anni se non in parrocchia? Era anche simpatico e soprattutto gratuito, altrimenti, ahimè, avrei rischiato di rimanere a casa. Certo, si doveva andare a messa, dire le preghiere, fare i bravi, ma si ricevevano bei regali per la comunione. Il libro di religione poi raccontava storie affascinanti con disegni molto belli. La mia preferita era quella del profeta Mosè abbandonato in un cesto di vimini sulle acque del Nilo. E i dieci comandamenti incisi sulle tavole di pietra e le acque che si dividevano erano imprese degne di Superman.

Archivio Roberta Calaresu - Flickr.com

Ogni domenica mattina lo stomaco vuoto dalla sera prima provocava la stessa sensazione. Chiudevo un occhio alla volta e vedevo la luce delle candele ondeggiare insieme alla coda di cavallo della bambina davanti a me. La messa era in latino e noi bambine si pensava ad altro, contente di ritrovarci, parlare sottovoce, sfoggiare la sciarpa nuova, girar la testa tutte insieme a guardar chi entrava. Nella bancata opposta i maschi si spintonavano rumorosi e ogni tanto uno veniva spedito fuori dalla chiesa.
Viene a galla un frammento di quell’infanzia riposta in un angolo, insieme all’innocenza che ancora non sapevo essere così disarmante. Da arrossire, oggi, pensandoci. La confessione era un momento nel quale bisognava aver qualcosa di cui pentirsi. Dopo un paio di anni che ripetevo a memoria la filastrocca: “Ho risposto male alla mamma, detto bugie, litigato con mio fratello…” suonava così bene quel “ho commesso atti impuri”, che ho provato con timore a dirlo al sacerdote dietro la grata forata. Pausa di sospensione e poi la voce fattasi più grave chiedeva: “Da sola o in compagnia?” “In compagnia” rispondevo. “Quante volte”? Boh… dicevo un numero a caso.  La penitenza poi era quella di sempre. Non avevo la minima idea di cosa fossero gli atti impuri, ma mi sembravano originali ed anche il sacerdote sembrava più interessato. Mannaggia… ci fosse stata qualche persona autorevole a spiegarci cos’erano gli atti impuri! Avrei evitato figuracce. Anche perché il sacerdote dietro la grata era o il parroco o il cappellano, quindi mi conoscevano e chissà cosa pensavano di me. Una bambina impura? Basta un niente e addio reputazione.
Erano anni di forti mal di gola con febbri altissime che mi lasciavano priva di energia. Le supposte di farmidone erano come un botto che esplodeva nel mio corpo, velocemente passavo dal bollente sudore a potenti brividi di freddo. Nella noia di quelle giornate passate a letto bevendo tè e camomilla, l’unica compagnia era un libro sui bambini diventati santi. “Che fortunati! – pensavo – Chissà che bello diventar bambini santi. C’è un paradiso tutto per loro. Dove ti metti in fila e danno gratis gelati, sciarpe e giocattoli. Però si diventa santi solo se non si commettono atti impuri! Oh mamma… ecco perché non ero ancora santa! Sicuramente si sapeva delle mie confessioni!  Che il parroco avesse spifferato qualcosa Lassù?”
L’operazione alle tonsille disperse un po’ alla volta l’odore di santità e gli ormoni dell’adolescenza sparsero il profumo della terra.

Racconto pubblicato sulla rivista QuestoTrentino, QT n. 17, dicembre 2008

è quasi primavera…

fonte: http://www.thais.it/botanica/aromatiche/schedeit/sc_0038.htmè quasi primavera …credo proprio che el periodo sia “questo”!

Ma per esser sicur, dovria alzar tutt el Studentato de san BartolAmeo (con la A…come i dis lori!) … Qualcuno si chiederà: Cosa sta dicendo?

Sulle terre del conte “Sizo”, ecclesiasta di Trento, in questo periodo tra i filari delle vigne, crescevano i “denti de cagn” (denti di cane). I filari della vigna oramai erano stati potati, legati, il terreno era libero da tutto il “potato” che sarebbe stato usato come “legacci per fascine”, nei suoi rami più fini ed adatti!

I “denti di cane” sono una pianta che fiorisce con un fiore unico, o al massimo due, indovinatene voi il colore :) Verso primavera le giovanissime piantine sono ottime mangiate sia in insalata che usate in alcune ricette di “cucina povera” trentina. Il sapore è amarognolo ma gradevole se condito bene con l’olio del garda. Dopotutto anche la rucola cresceva, ma in quei tempi era in una sorta di “dimenticatoio”. Chissà come mai la rucola è stata accantonata ed poi è esplosa nelle cucine mondiali. Forse il mercato globale nazionale ed internazionale ha rivalutato certe prelibatezze del popolo? Al giorno d’oggi il prezzo della rucola è caro, ma te la trovi lavata e confezionata, i denti di cane invece credo siano sempre costosi quanto rari!
Sulla collina di san Bartolomeo forse ce ne saranno ancora, come in tutti i prati di qualunque posto, i denti di cane son fiori per i poveri, ma bellissimi! E seminano paracaduti, divertimento dei bambini! Siam noi che li abbiam dimenticati, aggiungendo anche il fatto che i terreni puliti sono molto rari.
Un particolare romantico…   Noi di san Bartolameo, si accedeva con disinvoltura in quella terra “profumata” anche se non nostra… Ed invece di acquistare al bancone di supermercato o negozio, si affrontava un’avventura…    e oggi? … si dovrà possedere un “pass universitario”???  ih,ih,ih.

(Anonimaspiazarolade)

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con “San Bortol” sullo sfondo

Continuiamo a pubblicare i racconti dedicati al quartiere di San Bartolomeo donati da Nadia Ioriatti. I racconti sono piccoli spaccati di società trentina e si riferiscono al periodo degli anni Sessanta e Settanta. Sono stati pubblicati dalla rivista QuestoTrentino, ospitati nella rubrica “Piesse: Io Tinta di Aria” a cura di Nadia.

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Adolescente

Quando ho tolto gli orecchini d’oro a forma di fiorellino – mi avevano seviziato a nove mesi! – la mamma ha pianto tutto il pomeriggio. Quando poi ho sciolto i capelli, legati col fiocco sulla nuca come la Cinquetti, e fatto la riga in mezzo… giù altri pianti. Poco dopo è cominciato il divieto di uscire. “Perché non posso?” “Perché di no.” “Ma i miei fratelli possono!” “Loro sono maschi, tu devi stare in casa.” Dice che non si fida, che è pieno di pericoli e chiama “zinghene” quelle che si truccano, mettono la minigonna e vanno in giro con i ragazzi. Ma che male fanno? A me piacerebbe avere più libertà. Dovrebbe fidarsi di me, sono una ragazza seria.

foto di Nereo Pederzolli / QuestoTrentino

foto di Nereo Pederzolli / fonte: QuestoTrentino

La mamma ha il pollice verde e il soggiorno, col freddo, è pieno di piante fiorite o grasse. A scuola ho studiato la fotosintesi clorofilliana e so che le piante di notte consumano ossigeno ed emanano anidride carbonica. Sarà suggestione, ma mi sembra davvero di venir avvelenata nel sonno. Ma non mi ascoltano e viene tutto liquidato con il mio brutto carattere. Nessuna pianta è mai stata spostata, ogni anno crescono di dimensione e si moltiplicano per talea. Nulla contro di loro anzi, mi piacciono e ne metterò tante nella mia casa un giorno. In casa dicono che ho le manie.

Sul balcone del soggiorno molte di quelle piante trascorrono l’estate ed io respiro meglio. Ma viene messa anche la gabbia dei canarini. Come fa giorno, a poco più di un metro da me che dormo, iniziano a cantare svegliandomi puntualmente. Non hanno colpa anzi, è il loro lavoro. E poi siamo simili: indifesi e in gabbia. Basterebbe spostarli di balcone, ma forse chiedo troppo. Tanto tuonò che alla fine piovve. Stanca di non essere ascoltata e mai capita, ormai sveglia mi alzo prendo la gabbia e la porto nella stanza dei fratelli. Spesso grido facendolo e sbatto le porte. Poi per fortuna riprendo facilmente sonno, ma quando mi alzo sono intrattabile.

La mia libertà è chiudere la porta del soggiorno e divorare un libro dopo l’altro. Tutti quelli che mi prestano. In casa però dicono che a forza di leggere divento sempre più stupida. Ma loro cosa ne sanno? Mica mi entrano dentro! La mia libertà è cantare ad alta voce tutte le canzoni che voglio. Se non mi fanno tacere, vorrà dire che canto bene. Quindi magari nella vita qualcosa di buono la saprò fare anch’io.

O farò la fine di quel canarino che quando gli aprono la gabbia non vola via? Le sue ali sono atrofizzate. E – colmo dei colmi – è diventato vecchio, è senza voce e scrivere è il suo in/canto.

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Nadia Ioriatti

QuestoTrentino n. 5 – maggio 2009

Trincee

di Nadia Ioriatti

san bartolomeo quartiere

archivio "quei de san bortol"

L’odore di sommossa era nell’aria, penetrava acre nelle narici. L’altra metà di cielo premeva impaziente. Maschi e femmine eravamo sempre rigorosamente divisi: in classe, in chiesa, all’oratorio, in colonia e persino sulla corriera in gita. Ma a noi, adolescenti nel ‘68, gli anni tra il 1965 e il 1970 portarono molta tempesta. Senza averla seminata. Troppo maledettamente piccoli per partecipare, ed anche per beneficiare dell’inebriante ventata di libertà. Scuola e famiglia, per reazione, s’irrigidirono. Ma almeno loro, i sessantottini duri e puri, conquistarono un posto nella storia, mentre noi cosa eravamo? È seccante essere i fratelli minori, i maggiori non fanno che impartirti lezioni. Minori, ma non minorati!
Sempre divisi; fu quasi scandaloso alle medie trovarsi in una classe dove metà alunne studiava tedesco e l’altra metà inglese. Così, due ore in settimana, ci ritrovavamo nella stessa aula, ovviamente in bancate divise, con la classe maschile corrispondente. Due ore sufficienti per creare grande scompiglio ormonale, tra spinte, spintoni e occhiate. Un intero arcobaleno di occhiate. Da pesce lesso, furtive, incantate, maliziose. Noi femmine li studiavamo a distanza, i maschi, senza farci scoprire e mostrando indifferenza se invece se ne accorgevano. Loro si facevano beccare subito. Era il professore a richiamarli a gran voce, spedendoli fuori dalla porta. Tra noi, né cameratismo né complicità. Come potevamo socializzare, se neanche da bambini eravamo abituati a coesistere? Cominciare nella pubertà era impresa ardua.
Il professore applicava la strategia del terrore. I maschi – unico caso, a mia memoria, di loro svantaggio! – erano trafitti da voti irrimediabili. Uno o due, sia nei temi che nelle interrogazioni, dove per lo più facevano scena muta. Quando poi si rendeva conto che non solo non erano intimiditi dai suoi metodi, ma addirittura assumevano un’espressione strafottente, infieriva con offese ed epiteti indicibili. A casa erano increduli, quando raccontavamo quello che succedeva durante quelle ore. Donato, ragazzo di paese, alto e pieno di brufoli, ripetente più volte e alla sua ultima possibilità, perché poi lo avrebbero sbattuto fuori, si prendeva del “bovaro e nettacessi”. Uniche attività per le quali, quell’orribile professore diceva fosse portato.
E io? Per cosa ero portata io? Ero complessata e insicura. Mi sentivo goffa e mal vestita. Mi guardavo e mi sembrava di non riconoscermi: il mio corpo, passato dall’infanzia all’adolescenza in pochi mesi ed era motivo di grande preoccupazione. Né le amiche mi davano sicurezze, anzi. Loredana, la mia occhialuta compagna di banco, mi dimostrò di vederci fin troppo bene. Confessandomi, spontaneamente, che erano i capelli lunghi a farmi sembrar carina; se li avessi tagliati, nessun ragazzo si sarebbe più accorto di me. Sansone in minigonna? Tra i ragazzi delle medie mi piaceva Francesco, uno spirito artistico in erba, capace di emergere nella massa. Sicuramente di statura… ma in realtà era ancora bambino, più interessato a giocare a calcio che a quelle femminucce smorfiose. Cominciavano a girare le prime minigonne ed eravamo in molte ad arrotolare la gonna in vita in modo che si accorciasse. Avevo osato anch’io, quel giorno, e durante l’ora di tedesco i maschi l’avevano notata. Francesco, dalla fila opposta, mi stroncò subito, scandendo a mezza voce: “Hai le ginocchia da calciatore”. Forse per lui era anche un valore, ma confesso che non lo presi come un complimento. Piuttosto come l’inesorabile commento dei “vestiti nuovi dell’imperatore”. Eh… son cose che segnano l’adolescenza e dalle quali non ci si rialza più. Ci vogliono anni di analisi per riprendersi! Quelli come Francesco, senza saperlo, hanno dato lavoro a plotoni di psicoterapeuti.
Le perentorie raccomandazioni materne erano di fare la seria – mai ridere! – tener gli occhi bassi e non fermarsi per nessun motivo. Sì, perché abitavo vicino a una caserma e dovevo comunque passarci davanti per tornare a casa. Poveri ragazzi. Non se la passavano meglio di noi, anche loro vittime di pregiudizi. Se ti fermavi a parlare con un militare, eri una poco di buono. I militari “volevano solo quello”; e per giunta erano anche terroni! Ma a fischiare con due dita, quando passavo, erano tutti bravissimi. Liberatori fischi da stadio per sentirsi vivi durante la libera uscita in divisa, con l’umiliazione dei capelli rasati in anni in cui andavano di moda i capelloni. Per scordare che uscivano dalle trincee, tenacemente scavate dalle loro mamme, per finire dietro un filo spinato…

fonte: Questotrentino, nr 2, febbraio 2011

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PIONIERI DI FISICA ( PARTE 4) – IL FUOCO

Ora diventa impegnativo… ma elementare per un “spiazarol”, non voglio dilungarmi, perchè  di giochini ce ne sarebbero molti…

La scoperta dell’effetto lente dei vetri di bottiglia evitò a molti di procurarsi un’accendino sottratto in casa, soluzione meno romantica e per niente educativa. Avevamo scoperto che concentrando il fascio di luce solare su un mucchietto di erba secca si poteva produrre un fuoco. La scoperta della lente, fatta grazie alle lezioni scolastiche, aveva creato un manipolo di “piromani” eco-sostenibili, niente gas e accendini di plastica, ma leggi di fisica solare e una lente. La gara era chi aveva la lente più grande…  con la quale il fuoco divampava più velocemente. Affinata la tecnica d’accensioni, si esplorarono i “materiali”: per esempio la pericolosissima plastica che quando bruciava colava in gocce che se ti cadevano sulla pelle te le saresti ricordate per molto tempo. Tutti questi giochi  semi-inventati erano il prodotto di uno sposalizio tra nozioni imparate a scuola e portate nel paradiso naturale che ci stava attorno. Certo era quella stupenda maestra Pia Sebastiani a trovare come fare a creare l’ interesse per le lezioni anche a chi come me, aveva molti grilli in testa!

C’erano anche  i “furbi” come mio fratello Biafra (questo era il suo soprannome). Qualche volta si giocava al fuoco nel boschetto tra il rione e la chiesetta di San Bartolameo. Giochi che si sono conclusi per almeno tre volte in veri incendi. Mio fratello fa parte di questi “furbi” e diede alle fiamme il bosco verso mezzogiorno, venne a casa tutto preoccupato che gli tremavano le gambe. I vigili del fuoco, in forze,  avevano domato le fiamme. L’unica cosa che non capii, allora , è questa: perchè lui non prese una caterva di botte??? Che io fossi stato un errore imprevisto ( lo dice anche il tempo del concepimento  giorni di capodanno, sarà stato su di giri papà) comunque non giustificava un trattamento diverso.

Lì imparai la legge di  ” Murphy” anche nelle cose sicure c’è sempre qualcosa che succede diversamente dal solito e stravolge il tutto !

(anonimaspiazarolade)

CHI GIOCA A TRIANGOLO ???

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5 Lire, 3 palline al tabacchino: erano come il primo dollaro d’oro di Paperone, l’inizio di un impero! Si giocava a “busa“, consisteva nel fare una piccola buca, in quella terra fertile che era San Bartolomeo, forse meglio dir del conte “Zizo” e del “Rossi bacan” (contadino). Bisognava riuscire a metter la propria biglia in buca e così ci si guadagnava il diritto di tirare e centrare la biglia dell’avversario che in caso di successo diveniva tua! Poi c’era il più semplice “scoceta“, un giocare a “darsela” con un tentativo ciascuno di centrare l’avversario, il premio anche qui la biglia. Poi il famosissimo “triangolo“, ma ne parlo dopo le biglie.

Le biglie che si usavano le conosciamo tutti e sono ancora sul mercato. Non so se è la Play-station, o i metodi anticoncezionali oppure la crisi della Famiglia data dalla difficoltà economica, ma io non ho mai più visto gruppi di 20 o più bambini divisi in gruppetti a giocare allo stesso gioco in autonomia.

Le biglie che usavamo erano di vario tipo e materiale: le biglie comunissime di vetro, poi quelle di vetro con ghirigori di colori che spesso era il motivo per nominarle “Fortunelle”, quelle che si diceva fossero d’osso, ma erano solo vetro bianco ma pensare d’osso era intrigante, e c’era il temutissimo “Balotòn”: una biglia d’acciaio (quelle per i “cuscinetti”) da un pollice e mezzo, credo. Di solito si scendeva in cortile (… “di solito” se ne capirà il motivo poi, verso la fine di questo racconto) e si chiedeva di giocare, così alla prossima partita entravi nel gioco. C’era un triangolo disegnato nel terreno ed all’interno si depositava la posta in palline, ci si accordava sul numero da puntare … ed ecco il gioco d’azzardo! Giocato per strada con la moneta e valuta che era disponibile a noi: le biglie! Poi si tirava la propria biglia verso una riga anch’essa disegnata nel terreno, chi s’avvicinava più alla riga aveva diritto ad iniziare e così fino a che il più lontano dalla riga comincia anche lui per ultimo. Vincevi tutte le palline che riuscivi a far uscire dal triangolo, quando sbagliavi il tiro passava al giocatore successivo. C’erano anche i “bastardi”del Balotòn (lo dico ironicamente, mi raccomando!). Non so se, come si dice per i cani, che tra cani e padroni ci si assomiglia, ma forse anche tra giocattolo e giocatore era così: uno di quelli “dal Balotòn” penso sia stato anche il Visintainer grande! (eh,eh,eh Ridi però Mauro! le ultime volte eri un bel “tomo”… non ciccio). Logico che in questo incrocio di contatti anche le varie “classi”o “tipi” sociali si incontravano e si scontravano! A me personalmente capitò con il giovane Cortelleti. Quello che dirò però è solo la mia campana, dirò come e cosa io ho vissuto.

Quel giorno scesi e davanti al “trenta” di via Robinie c’era un gruppetto in procinto di giocare a triangolo, chiedo di giocare … il che mi venne seccamente negato dal Cortelletti, io mi avvicino semplicemente … e sferro un pugno direttamente allo zigomo del malcapitato, il Cortelletti si blocca e si avvicina al suo portone, non ricordo se schiamazzando o piangendo … certo ero stato troppo impulsivo per una cosa così … intervento decisamente troppo aggressivo … dopo poco sopraggiunge il Sandro B. e credo che mi abbia richiamato e poi si affaccia pure il fratello Lino B. al poggiolo del secondo piano, anche lui aveva qualcosa da dire, pur non essendo stato presente. Qualcuno … la verità?? Più d’uno in cortile mi disse: “bravo, fatto bene!”, mentre mi avviavo al patibolo, emotivamente era così: era meglio arrivassi prima io a casa della notizia! È ovvio che il Cortelletti ha pagato un senso d’esclusione che già vivevo in famiglia … ma non ci voleva molto per immaginare cosa sentiva dire di noi “spiazaroi” a casa sua! Lo sguardo di sbieco che ti davano il fratello ed i genitori era ” eloquente”, della sorella non interessava niente a nessuno. Ci stavamo muovendo nel mondo che si reputava di qualche classe più “superiore “, anche questo era San Bartolomeo, siamo in presenza di una casa di San Bartolomeo, ovviamente, con portone di ferro e chiusura elettrica. (v. nota quando l’Ikea non c’era).

Io avevo dato il pugno e non lo negavo, mio padre Ha pagato per me Lire 18.000 di pronto soccorso, per il Cortelletti. Personalmente ho pagato: una denuncia con due testimonianze ma non è stata la cosa piàù importante, ho pagato con una caterva di battipanate sul poggiolo di casa, che tutti vedessero. Le ho prese sul poggiolo sotto l’occhio e l’orecchio del rione. Se fiatavo ne arriva un’altra, poi un’altra, e poi ancora, ancora e ancora! Il rione… in silenzio.
Mi chiedo: “Al giorno d’oggi mia madre quanti anni di galera si sarebbe presa??? (…siete in molti coinvolti… in molti.)

Dunque : Gli eroi si piegano ma non si spezzano. Alcuni giorni dopo mi chiama la poliziotta a Capo della squadra femminile e mi chiede il racconto… poi estrae dal cassetto le testimonianze di Sandro B. e Lino B.
Secondo loro erano presenti ancora prima dell’inizio della lite, io dissento e lei mi ascolta e ricontrolla quello che io ho detto nel verbale stilato, poi legge le due testimonianze d’accusa… e mi sorride e dice: “Ok! Senti comunque lo capisci che è grave?? Ne sei pentito??”. Io oramai l’avevo presa in simpatia, era così dolce e comprensiva, anche se aveva la fermezza e l’autorevolezza necessaria alla situazione (autorevolezza ho detto, non autorità; lei aveva capito che a San Bartolomeo nemmeno i “spiazaroi” smargeloni avevano paura di loro, e mi confessò il rischio che forse ci saremo conosciuti meglio più avanti). Le ricordo che io non ho mai negato la mia colpevolezza, ma con quelle due infamate, dissi : “No non ne sono pentito e lo rifarei se mi trattano così. Ci ha provato più volte ma niente! Niente da fare, davanti a quell’infamità superflua (ero reo confesso) NON MI PENTO!

LEI SI RIVOLGE A MIA MADRE E DICE : “GUARDI sIGNORA , LE TESTIMONIANZE IN EFFETTI DISCORDANO , NON CON IL RAGAZZO QUI … ma fra di loro gli ACCUSATORI, LA LORO È UNA CAMPANA STONATA, in tribunale non accetteranno mai la causa, danno confessato e risarcito!”. Poi si rivolse a me con comprensione ed un monito: “Purtroppo mi sa che ci rivedremo, fai il bravo intanto!”. Tanto sante, le sue parole, quanto profetiche.

(anonimaspiazarolade)

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Ivanhoe

PIONIERI DI FISICA (parte 3)… AERODINAMICA

Fino agli anni 70 e 80 la vita a San Bartolomeo, si può proprio dirlo, era scandita dalle stagioni e quindi dalla natura. Anche i giochi ne subivano l’influsso, per esempio tutti quei giochi che comparivano nel periodo prima di andare in vacanza e che sarebbero diventati i tormentoni estivi. Adesso ci sono i giochi si comprano e basta: chissà se le generazioni di adesso rimanessero senza il tasto POWER … che fantasia hanno…??? Ma non son fatti miei .

Dunque, quando si era un pò più umani, la fantasia portava alle scoperte basilari in materia e fisica… Se cadi nella “rozza”… ti bagni (presenza dell’elemento acqua), se corri a perdifiato lungo tutto il percorso della suddetta “rozza”, per interazione di più elementi ( forza motrice , elemento aria , fenomeno evaporazione… questa era cultura generale di fisica d’alto livello) … TI ASCIUGAVI TUTTI I VESTITI.

Con la forza centrifuga ho sempre avuto confusione, certo che mia madre mi centrifugava la testa di sberle, quando arrivavo sporco di alghe asciutte … la roggia era proprio dietro casa, e quelli erano giochi vietati dai genitori. Ma tutti sappiamo di non dire ad un bambino : “ti vieto assolutamente”…
Un’altro gioco prevedeva l’utilizzo di materiale edile. I lavori nei cantieri delle case in costruzione in quegli anni dovevano tener conto delle temperature ambientali (niente anticongelanti allora) così in primavera gettate di cemento, ferro, piastrelle e… CANETE ! tubi di plastica per i contatti elettrici. Il cantiere delle scuole di san Bartolomeo ne avranno fornite per almeno 3 anni …
Erano lunghe quelle che trovavamo nei cantieri e quindi costruire una cerbottana passava attraverso il lavoro manuale. Ogni tanto ho visto versioni in metallo, scomode se dovevi correre … non hanno avuto molto successo (usate come clava…quello si che funzionavano bene..ih,ih,ih). Le migliori: la “DOPPIA” e la “TRIPLA”, lunghezza variabile (diciamo attorno agli ottanta centimetri) tra le canne si mettevano 2 o 3 mollette (quelle da bucato di legno) e il tutto si fissava con del nastro adesivo. Il miglior nastro era quello da elettricista, una via di mezzo tra plastica e gomma, di questo nastro a tutt’oggi se ne trova di svariati colori. Alcuni di questi guerrieri aveva cerbottane di vario colore degne del Mart di Rovereto come arte anni’60 – ‘70.
Successivamente si doveva imparare a tirare e … a forza di provare prima o poi sapevi che ne avresti fatta una perfetta come l’arco di Robin Hood! L’uso di caricarle con “Pive armate” con spillini, non credo fosse buona idea, io ho le mani e la coscienza pulite (ne combinavo abbastanza, avrei sfidato di nuovo la forza centrifuga di mia madre, meglio evitare). Tutto questo iter serviva anche per imparare a far le “pive” da solo e che ti portava a conquistare la posizione ufficiale di Guerriero Autonomo.

Tu la tua arma e i colpi (le striscie di carta) infilati nella cintola! A SAN BARTOLOMEO NON SERVIVA IL PORTO D’ARMI

(anonimaspiazarolade)

Anche a San Bartolomeo ci si poteva sentir Romeo

IL MIO PRIMO, MA VERAMENTE IL PRIMO,  AMORE VISSUTO …. A SAN BARTOLOMEO

PROLOGO

C’era una volta un Re … direte amici miei.
No dico io ! … e nemmeno c’era una volta un pezzo di legno … ma …

C’ era una volta en spiazzaroll (monello) de San Bortol ed una principessa. Nel Regno di San Bortolomeo … comincia così ……….

PRIMAVERA ‘77 , LA RIVOLTA GIOVANILE contro la famiglia impazza in tutt’italia, ma a San Bartolomeo teatro anche della nascita dei movimenti di estrema sinistra, c’é spazio anche per l’amore vero (la speranza).
Cera una volta un Re … direte miei piccoli amici! … No! c’era lei, Ornella – teeneger di san Bartolomeo – un sogno per me, spiazaroll d’abitudine, che solo a guardarla le gambe mi facevano giacomo-giacomo.

Non so dir se bella o meno! portava anche gli occhiali ma a me batteva il cuore ogni volta che la incrociavo sul corridoio delle scuole medie, lei della Prima ed io in Terza (abbastanza noto a scuola, senza modestia, per una certa esuberanza). Negli anni sucessivi ho capito che Ornella mi provocava tempeste.
A SCUOLA NON SON MAI RIUSCITO A RIVOLGERLE LA PAROLA!!! io che non temevo niente e nessuno …
Alle medie in Terza G si parlava di Marx ed Engels, con Che Guevara nella testa e la rivoluzione come sogno … per poi mangiar e viver a casa di mamma (i rivoluzionari !).
Poi il fato mi aiutò, mio fratello si fece amico dei suoi genitori, e lei, la Principessa  in persona,  aveva consegnato il suo diario a mio fratello perche ci scrivesse un ricordo, allora andava di moda tra le ragazze quasi adolescenti. L’occasione fa il moccioso ladro e sottraggo il diario a R. e scrivo il mio primo messaggio ad Ornella chiaro, esplicito … da GRANDI insomma. Il messaggio suonava pressapoco così: “Domani mattina , vai in cucina … bevi il caffè, scottati la lingua e ricordati.. di me!” Romanticismo da san Bartolomeo si!

Non ricordo se ho firmato, credo che dall’imbarazzo ho optato per andare alla Standa e sottrarre un braccialetto, per allegarlo attaccandolo al diario … ma i ricordi si annebbiano, io penso così perchè sarebbe stato al livello delle mie possibilità e sentimento, l’amavo! … un piacere proletario rubar un gioiello ( bigiotteria da Standa, poi) per l’amata. Sì, un esproprio motivato: s’aveva da fare e basta!
Fu così che riuscii a parlare con un’angelo.
Cacchio!!! Le favole son vere, mi dicevo … che confusione! Una Principessa si degnava di accettare un’appuntamento con me. IO???…spiazarol de san Bortol ( san Bortol podeva esser anche na favola! )

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